Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Le case

DIstrazione


La strada lunga e stretta a intervalli si apre in piccole piazzette: è un corridoio fra le case che le accomuna in un respiro, come dentro un grande palazzo d’un tempo si alternano stanze ed anditi di cui non si vede la fine. Anche qui il termine dei muri non svela un orizzonte più ampio: si procede a tentoni, non per una vertigine che assalga il respiro chiudendolo in un soffoco, ma per lo smarrimento che l’alternanza di vuoto e pieno porta negli occhi, come un battito della luce, un battimento di suoni vicini che si sfregano l’un l’altro e urtandosi ne provocano scintille.

Se il nero potesse mandare faville, lo farebbe in tal modo, fra queste basse case allineate e composte per perdersi.


Più in alto il bianco latteo del cielo, che è una stretta striscia fra i muri delle case.


E bianco e nero e rosso si avvicendano in questo labirinto fatto di intonaci vecchi senza finestre: i colori si richiamano col pensiero, si rifrangono come onde d’aria più calda e pesante ora più leggera fra un metro o due, al prossimo slargo, al cogliere la rarefazione dello spazio con il senso del tatto eccitato dai muri e dal vuoto, senza che nulla tocchi o si tocchi, in quello che diventa un castello di carte fragilissime, un papiro vergato un tempo e ormai sbiadito.


Nessuno tocca o si tocca: questo è dato solo al cielo, non qui sulla terra che a tratti scompare, resta solida ai piedi ma sfuggente agli occhi, ed odora di secco agli angoli delle case, come un risucchio di umidità e di respiro. C’è chi trattiene il respiro, chi lo ferma o lo blocca, chi si sfrena e si affanna: ma questi muri hanno porosità minuscole per sentire la risposta che l’aria dalla pelle manda indietro verso le pietre nascoste, ed il corpo risponde per non turbare la geometria della strada, il percorso regolare ed umano del pieno e del vuoto.


Queste case tutte strette tutte uguali tutte porosamente diverse nei colpi di fracasso spugnoso che le ha intonacate, sono l’avvisaglia del cammino al bianco che giunge dopo il fuoco e rischiara il nero primigenio.


Lo sa il viandante inconsapevolmente, lo sente come i muri sentono il cielo ancora virginale: e cammina piano come non vi fosse altro da fare che cercare di regolare il passo e il respiro al ritmo di questo mondo per trascenderlo e conoscerlo.

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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato — Le stanze vuote

DIstrazione


Mi dissero — amici, presenti e assenti (e forse più gli assenti dei presenti) — mi dissero con cura che avrei dovuto tacere, dimenticare, affermare, confermare, soprattutto forse fermare, che dalle mie parti è francesismo per tante cose francesi e non. Fermare, chiudere: fare dunque chiostro. E io questo faccio, stando dentro: scrivo, dunque — in chiostro, che sarà latino forse, sarà cinese, ma la formula alchemica è comune.

E con l’inchiostro cosa dovrei dire? Quel che riesco a fermare, o quel che invece al contrario non posseggo, non fermo, non taccio, non dimentico? Ed io dimentico presto, e troppo a lungo porto con me memorie d’altrove, memorie un po’ malconce.

Da dove era sbucata quella stranita felicità? E quel silenzio, cosa induceva a pensare e seguire: l’arrovellarsi, il distendersi, il piegarsi, il flettersi, forse il genuflettersi, che è un modo fisico di pregare e vedere diversamente le cose? E non m’ero io forse inginocchiato dinanzi alle tue gambe, alle tue mani, al tuo naso alle tue labbra ai tuoi occhi al candore dei denti alla tua pelle bianca ai tuoi capelli lisci? Non m’ero forse genuflesso dinanzi al tuo stupore, che era il mio di tanta naturalezza nel vederti lì come in casa mia, all’angolo di strada, nel silenzio della panchina di legno, nel sole caldo, nel tuo abbraccio lungo? E questo non significa nulla. Senza domanda. Ma da dove veniva quella stranita felicità, quella naturalezza da dove sbucava?

Non mangio più con gusto, né bevo né dormo o respiro. Sono fermo a una fame che non ho più, a una pulsione che non ho più, a un concedermi che non ho — dunque cosa dovrei cedere a me che sta con me stesso, se in verità non ho?