Il primo divorzio gay italiano


Il sito de LaRepubblica online riporta a questa pagina la notizia del primo divorzio gay italiano, quello degli sposi Alessio De Giorgi e Christian Panicucci, che si erano spostati nel 2004.

Sposi per lo stato francese, visto che avevano deciso di sposarsi all’Ambasciata di Francia a Roma, e che adesso hanno comunicato la decisione al Tribunale di Parigi.

Quanta pruderie serve allora all’italiano medio per capire che non se ne dovrebbe fare un caso nazionale, da investigare nelle ragioni, da sfruttare per dimostrare ex post che i Pacs, i Dico, tutte le forme possibili di convivenza più o meno regolarizzata dalle leggi, sono inutili? Qualcuno riuscirebbe a dimostrare che hanno avuto ragione i violenti e bestiali ragazzi che hanno picchiato qualche giorno fa dinanzi al Colosseo due omosessuali che si baciavano, con tutta la pruderie che c’è in giro…

Facciano quel che vogliono De Giorgi e Panicucci: avremmo avuto articoli e discussioni di questo tenore, se avessero deciso di divorziare dopo qualche anno di matrimonio Mario Rossi e Lucia Verdi?

Ma non si tratta tanto di stigmatizzare la scemenza che si cela dietro la discussione sul primo divorzio gay in Italia, con il seguito di ulteriori scemenze su coppie di fatto e Pacs – quanto è scema la discussione sul divorzio, se viene sfruttata per far penetrare l’idea di abolirlo, di cancellarlo? Quanto è pericolosa la deriva?

La cravatta di Saakashvili


Cercando ulteriori notizie sulla situazione in Georgia, ne spunta una che dà il segno di quanto sia pretenzioso cercare “informazione” su Internet che non sia comunque legata a fatti frivoli, più spesso semplicemente banali, a volte turpi, se messi a confronto con la gravità del contesto in cui si trovano.

Allora venire a conoscenza del gesto di nervosismo del presidente georgiano Saakashvili (che durante una telefonata ha mordicchiato la propria cravatta, senza peraltro indulgere in particolari manifestazioni di violenza alla Conte Ugolino) da un filmato della BBC – che starà facendo il giro del mondo, ovviamente: a me è capitato sott’occhio su LaRepubblica.it – di certo renderà più sincere ed efficaci le nostre simpatie o antipatie per la Georgia, il Caucaso, le centinaia di migliaia di profughi…

Arrivare ai libri


Da noi in Italia il costo dei libri levita seguendo quello del petrolio, la soluzione più praticata per ristabilire parità di bilancio e distribuzione di ricchezza è quella che tanti governi (di destra, di sinistra, di centro) hanno attuato – tagliare le spese per l’istruzione e la ricerca – e poi capita di leggere un articolo come questo su LeMonde. Sei milioni di euro per il restauro di una preziosissima, bellissima (le immagini parlano chiaro) biblioteca all’interno di un complesso abbaziale di impianto barocco che si trova ad Admont, nella Stiria (Austria): 200000 – duecentomila – volumi, libri antichi, mostre di artisti contemporanei, e altro. Davvero molto altro.

Mi vergogno a pensare due cose: che sei milioni di euro (in fondo) potrebbero sempre essere spesi meglio e per fini più direttamente efficaci (leggi: umanitari); e in seconda battuta, mi vergogno del fatto che si sia arrivati al punto di dover sacrificare il sapere per la sacrosanta necessità di aiutare un uomo.

Non si tratta della banalità di spendere per il “meglio”, ma degli sprechi quotidiani e delle altre scimunitaggini a più lungo termine che scegliamo di privilegiare rispetto all’uomo (sempre e in primo luogo) e poi al sapere: la crassa compiaciutezza con cui spendiamo per ogni specchietto per le allodole che viene da dove soffia il vento, ci sommergerà.

In Georgia


A tanti potrebbe capitare di scambiare ancora la repubblica caucasica della Georgia con il ben più famoso stato della federazione degli Stati Uniti d’America – magari facendo affidamento alla memoria di Via col vento, che proprio lì ambienta buona parte della vicenda.

Rimane solo una guerra a tenere legate le due nazioni, fra l’altro con un ben diverso presente per i georgiani di oggi – che hanno un ben ambiguo rapporto con gli USA…

Adesso non mi interessa fare politica spicciola e triviale: mi piacerebbe farvi ascoltare un canto tradizionale georgiano, che è di una disarmante bellezza, e che rivolge una preghiera al Signore affinchè non abbandoni il popolo del paese e lo difenda nelle difficoltà. Il titolo è “Ghmerto, Ghmerto” (“Signore, Signore“), ed è cantato da uno dei cori maschili più noti e apprezzati della Georgia, Les Voix de Georgie.