Where is Our Culture Heading?


Maybe there is here a subtile overlap between the ‘canon’ idea (a sort of Harold Bloom’s discourse about Literary Education that implies a whole Cultural Education well grounded, but just passed out), and a more sociologic­al ‘reception­’ of common taste (so, a sort of Hans Robert Jauss’ discourse about the influence of Literature genres among readers, editorial market, and other media types).
Many previous comments remarked, as that of jhNY but also many others do, the role of ‘pleasure’ in reading, that is a valuable idea since Roland Barthes’ “The Pleasure of the Text”, published right in the middle of the Structural­ism clash: and therefore you are right to talk about ‘child pleasure’ like something that gatecrashe­s into adult taste—but this is not a problem due to Literature­.
I think this is the result of a simplier and ever growing ‘Image Civilizati­on’ in contempora­ry age—in media diffusion, and in reciprocal influence between Literature (in broader sense) and Image: by admitting this, you could easily explain the bold fascinatio­n of the ‘pictures’ of Homer rather than the more difficult one of Sophocles; or you could point better the wonder of many pages in “Dom Quijote” rather than the more sophistica­ted deeping of the ‘madeleine­’ scenes in “A la recerche du temps perdu”.
And this is a specifical ‘western’ topic, if you consider the preeminenc­e of ‘image-bas­ed’ Literary facts in African cultures, in East-Asian theater or in South- and East storytelli­ng.
Thanks for you bright and stimulatin­g article, mr. Warren!
Read the Article at HuffingtonPost

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La banalità del voto


Mi è capitato di scrivere da qualche parte (credo sia pubblicato su Internet, ma sinceramente e non per snobismo affermo che adesso non ricordo dove) alcune riflessioni che vengono dal Trattato del Ribelle di Ernst Jünger:

Il lettore saprà, per sua stessa esperienza, che la natura dell’interrogazione è cambiata. Nell’epoca in cui viviamo gli organi del potere ci interrogano senza posa, e certo non si può dire che siano animati esclusivamente da un’ideale brama di conoscenza. Quando ci interpellano con le loro domande, non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva, né tanto meno, alla soluzione di questo o quel problema particolare. Ciò che gli importa non è la nostra soluzione, bensì la nostra risposta. La differenza è importante. Assimila l’interrogazione all’interrogatorio. Possiamo osservarla seguendo l’evoluzione che dalla scheda elettorale porta al questionario.

Jünger scrisse questo luminoso libretto nel 1951: adesso il questionario a cui si riferiva si chiama sondaggio, e proprio con il metodo del questionario è condotto.

Sondare, ovviamente, non significa, come già avvertiva Jünger, conoscere – e la politica fatta di sondaggi, come quella che spesso ci viene imposta nelle democrazie occidentali, non è affatto in grado di conoscere il popolo (parola antica), né almeno i suoi propri elettori (parola più moderna).

Oggi si vota il Decreto Gelmini, fra le proteste – e tutti, dal Presidente del Consiglio alle forze di opposizione, da posizioni favorevoli o contrarie si riferiscono e prendono come punto di paragone i sondaggi (siano essi quelli demoscopici o le partecipazioni alle manifestazioni di piazza).

C’è una sfasatura anche nella dimostrazione della politica – che si fa in Parlamento, in piazza, nelle sedi di partito, nelle associazioni, ovunque insomma: la dimostrazione non è l’azione.

I numeri non fanno i pensieri.