Non è sdegno


A non poter leggere le edizioni locali dei quotidiani nazionali, forse si fa l’abitudine: certe notizie non hanno luogo o tempo quanto uno lecitamente si potrebbe aspettare – lo sanno i giornalisti, ed è nell’ordine delle cose.

Allora se a La Spezia ieri sera una quattordicenne decide di spararsi al cuore nella sua stanza, ciò può rimanere fatto (cinicamente) locale, chissà con quanta eco più tardi (adesso sono le nove del mattino, dodici ore dopo il suicidio) su Internet e televisione e quotidiani. Un suicidio estivo, con un tocco di romanticismo per la pistolettata à la Werther o Jacopo Ortis, purtroppo – una storia da consumare vicino a Saakashvili, alle polemiche sull’esultanza di Bolt alle Olimpiadi e al petrolio (che parlicchia, in questi giorni, del resto; e non grida…).

Che poi in Germania o in Inghilterra i suicidi (e gli omicidi) di giovanissimi siano in costante e imperioso aumento, che il Giappone sia tornato stabilmente ai vertici mondiali delle morti volontarie, questo tace, o se vien messo sul tavolo della discussione, si fa fatica a trovare un discorso che non sia “Dobbiamo aiutare i giovani prendendoli per mano“, oppure “Dobbiamo rendere maturi i giovani“.

A me capita di trovare per lavoro giovani dai 14 ai 20/21, a scuola, che abbandonano, si chiudono nell’apatia, risolvono la giornata con la cannabis e divengono sempre più violenti, anche verso di sé. Non posso aiutarli: non li posso prendere per mano, né farli diventare indipendenti e maturi. Si tratta di una pia illusione. Mi trovo lì a cercare di mostrare cosa significhi pensare con lentezza, considerare, paragonare, ponderare, e a sentire le loro paure e le difficoltà – mi trovo con loro e Giacomo Leopardi, o Foscolo, o Petrarca o Montale. A volte si ride (per pienezza di vita): a volte lo sconvolgimento è totale, e arriva il rifiuto (per difesa).

Se arriva una pistolettata (per qualsiasi ragione o sragione essa sia dettata), non si tratta di indignarsi verso sé o verso il mondo: quell’isoletta che si sentiva troppo slegata rispetto all’arcipelago o al Continente, s’è mossa, forse troppo in fretta. La retorica di dopo è una scemenza.

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La cravatta di Saakashvili


Cercando ulteriori notizie sulla situazione in Georgia, ne spunta una che dà il segno di quanto sia pretenzioso cercare “informazione” su Internet che non sia comunque legata a fatti frivoli, più spesso semplicemente banali, a volte turpi, se messi a confronto con la gravità del contesto in cui si trovano.

Allora venire a conoscenza del gesto di nervosismo del presidente georgiano Saakashvili (che durante una telefonata ha mordicchiato la propria cravatta, senza peraltro indulgere in particolari manifestazioni di violenza alla Conte Ugolino) da un filmato della BBC – che starà facendo il giro del mondo, ovviamente: a me è capitato sott’occhio su LaRepubblica.it – di certo renderà più sincere ed efficaci le nostre simpatie o antipatie per la Georgia, il Caucaso, le centinaia di migliaia di profughi…