Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Le case

DIstrazione


La strada lunga e stretta a intervalli si apre in piccole piazzette: è un corridoio fra le case che le accomuna in un respiro, come dentro un grande palazzo d’un tempo si alternano stanze ed anditi di cui non si vede la fine. Anche qui il termine dei muri non svela un orizzonte più ampio: si procede a tentoni, non per una vertigine che assalga il respiro chiudendolo in un soffoco, ma per lo smarrimento che l’alternanza di vuoto e pieno porta negli occhi, come un battito della luce, un battimento di suoni vicini che si sfregano l’un l’altro e urtandosi ne provocano scintille.

Se il nero potesse mandare faville, lo farebbe in tal modo, fra queste basse case allineate e composte per perdersi.


Più in alto il bianco latteo del cielo, che è una stretta striscia fra i muri delle case.


E bianco e nero e rosso si avvicendano in questo labirinto fatto di intonaci vecchi senza finestre: i colori si richiamano col pensiero, si rifrangono come onde d’aria più calda e pesante ora più leggera fra un metro o due, al prossimo slargo, al cogliere la rarefazione dello spazio con il senso del tatto eccitato dai muri e dal vuoto, senza che nulla tocchi o si tocchi, in quello che diventa un castello di carte fragilissime, un papiro vergato un tempo e ormai sbiadito.


Nessuno tocca o si tocca: questo è dato solo al cielo, non qui sulla terra che a tratti scompare, resta solida ai piedi ma sfuggente agli occhi, ed odora di secco agli angoli delle case, come un risucchio di umidità e di respiro. C’è chi trattiene il respiro, chi lo ferma o lo blocca, chi si sfrena e si affanna: ma questi muri hanno porosità minuscole per sentire la risposta che l’aria dalla pelle manda indietro verso le pietre nascoste, ed il corpo risponde per non turbare la geometria della strada, il percorso regolare ed umano del pieno e del vuoto.


Queste case tutte strette tutte uguali tutte porosamente diverse nei colpi di fracasso spugnoso che le ha intonacate, sono l’avvisaglia del cammino al bianco che giunge dopo il fuoco e rischiara il nero primigenio.


Lo sa il viandante inconsapevolmente, lo sente come i muri sentono il cielo ancora virginale: e cammina piano come non vi fosse altro da fare che cercare di regolare il passo e il respiro al ritmo di questo mondo per trascenderlo e conoscerlo.

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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Bagno Sirena


A Marina c’è una sabbia grigia e scura che in inverno si fa pelle e si screpola sui passi sotto il vento: l’uomo con il sigaro acceso nella sera che scioglie le ultime ombre, salutato il tabaccaio stanco ancora con la serranda aperta per i viandanti delle terme leopolde (come fosse la vecchia provincia balneare d’un impero austriaco ormai dismesso), va verso la sabbia e affonda almeno un po’ pesantemente — cerca freddo e duro sotto i piedi il punto in cui non sono passati cani e padroni, coppie di giovani amanti d’anziani allo iodio di velisti mai presi dall’onde; nel buio vieppiù forte, aspira dolorosamente il puzzo di vaniglia e di salsedine, aspira e aspira col timore che le luci scompaiano e a cui volge le spalle, fino a che trova una traccia. Cammina in tondo per non perderla, la sabbia non toccata dall’estate, ormai come un vetro per le piogge ed i venti che l’hanno temprata: fuma, l’uomo, nel buio; sigaretta non sarebbe possibile — è la misura dei nervosi e dei condannati; fuma il sigaro corto dei disperati, dall’aroma dolciastro per incantamento per l’angoscia del bruciore nella gola dello stordimento in testa e alla fronte; una pipa da gaudente non sarebbe possibile — è lo strumento dei mistici e dei santi, la pipa è di chi ha perso il mondo e non se ne rammarica; fuma l’uomo il sigaro, senza giochi fino a farsi male, per lasciare la sua voce alla donna lontana cui svela la sua malinconia, non fino in fondo, per carezzare il non detto e cullarlo. L’ha vista bellissima e ridente, più donna del solito e tranquilla, a pochi metri da lì, pochi mesi prima, una sera, ultima sera di vita; le ha visto il petto ondoso e forte, l’ha vista più desiderabile di sempre, elegante nei suoi fiori blu e gialli e rossi nel casto occhio di mandorla sul petto fra i seni, lieve ferita che non ha saputo non guardare, veleno come le sue labbra che non ha saputo non ricambiare nel sorriso. Ora la fuma in silenzio, con la macchina poco lontano sotto un lampione d’un tempo, dalla luce arancione, vuota nel freddo di un autunno marino; la macchina lo porterà al caldo a dieci minuti, nel buio del viale alberato; lì a Marina c’è il mare lontano e distratto senza risacca, il sigaro illumina un punto danzante nel vuoto: l’uomo ha paura d’assalti imprevisti; in qualche modo non può tardare, non può approfittare del tempo.

La donna lontana ha un sorriso tanto triste, una pelle tanto astratta tanto bella tanto dolce tanto lontana, che pare bruciarsi ad ogni respiro nella mente dell’uomo: chissà cosa le direbbe, adesso sulla sabbia, se non passeggiassero fino al cavallo rampante, fino al lido dei carabinieri, in su e in giù soli e famelici e allegri di non saper restare insieme. Chissà cosa le direbbe se avesse coraggio di dirlo; l’uomo fuma per avere una voce più roca e somigliare ad un nervoso rigurgito di desiderio da non accettare; per puzzare e non essere accolto e accettato; per dirsi che è questo il motivo del loro non trovarsi, e dare la colpa al tabacco e all’umido freddo: perché l’altra ragione è più dura più vuota più triste, non avere lo stesso tempo, non avere la stessa occasione da rimuginare nel freddo.

L’uomo è andato via: sotto i piedi dei vecchi sampietrini, l’asfalto bucato dai semi di palmette nate per caso negli anfratti e poi spuntate agli angoli dei marciapiedi curvi di radici dei pini marittimi; arriva alla macchina, dovrà preparare da mangiare e ha negli occhi quei seni e il sorriso e l’allegria che non ha mai visto sul volto della donna, rilassata, raminga e libera; il sorriso ha incuriosito tutti, ha rallegrato tutti, ha imbevuto tutti per un attimo di gioia; poi ognuno ha mangiato per sé, scherzato per sé, giocato e ballato per sé; lei è rimasta lontana, il tavolo è enorme, la sera troppo breve, le parole troppo da non dire dinanzi a tutti, gli sguardi da tacere; ha negli occhi quel vestito di mesi prima, col calore di giugno già arroventato. Non la rivedrà più così, né quella sera potrà dimenticarla, o fumare il suo sigaro in casa; il sigaro è il mare o non è, è la spiaggia deserta nella sera d’autunno, o non è. La sua donna lontana è più triste, ed il mare non ha più onde: chissà cosa avrebbero detto se si fossero visti sul duro silenzio della spiaggia, girando in tondo per non perdere un ricordo.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Il giorno dei morti


Vennero qui come in un agguato, lo ricordo bene: l’aria non era né calda ne fredda, qualche nuvola in cielo; da qualche parte in Calabria o già da prima pioveva, nella notte sulle curve d’Aspromonte e di Sila.

L’aria era come un bambino abbandonato: né calda né fredda perché il tempo d’accorgersene non c’era: sul Raccordo Anulare avevo iniziato a pregare e a convincermi: ma pregare e convincere sono i pensieri di chi è fermo, ed io invece guidavo e pensavo all’altrove dov’eri già. Trasmettevo dubbiose energie, mi addossavo malanni; intanto ero in dubbio.

Il panino che mangiai rabbiosamente a notte, al bordo d’una stazione di servizio, fu il primo inconsciamente sapendo ch’eri morto: avventori assonnati, l’autista d’un camion un po’ curioso un po’ stupito: ricordo che pensai di nutrirmi come per senso di responsabilità, ugualmente prendendo le curve un po’ più lentamente perché tu mi dicevi così: la morte rende presenti dei ricordi che non credevamo di possedere in quel modo che a noi sovvengono, ma più scialbi e vuoti; ma essi tornano invece più pieni di rimprovero o di sapore, perché di essi soli ormai siamo responsabili.

Ci si parla diversamente dinanzi alle tombe, quando abbiamo in corpo la morte consapevole dei cari: certi nonni mai visti, cert’altri in qualche modo già lontani: ed altra morte ad altra età sin troppo giovane, che scivola triste ma lucida come i tragitti argentini delle lumache, pronti a sciogliersi alla pioggia; non così per i padri e le madri: lungo la strada per ore ho pensato che con la volontà o con l’entanglement avrei potuto darti un po’ della mia vita: e quando tre giorni dopo ho risentito quella tua canzone tanto cara, Un’ora fa, pensavo fossi tu a farmi compagnia. Dolce verità l’entanglement, la connessione: dolce verità matematica, misurata, che non consola direttamente ma consola lo sprito, non la scorza, non più la carne: Foscolo o Lucrezio o qualche bardo dell’Islanda direbbero bene altrettanto, e altrettanto senza computo e senza conclusione. Ci si parla dinanzi alle tombe come per imitare il morto: io lo faccio inavvertitamente e spontaneamente, attraversato da quelle particelle insieme create e separate dalla calce.

La pioggia chissà come slava i corpi di natura, come attraversa le pietre: sarà, lo spero, una sorta di carezza anche nel freddo intenso, per cui finalmente sgranchire le membra per anni unite, legate imbibite di vita, e adesso distese a scomporsi: ne immagino la sensazione di stanchezza (e una forza operosa le affatica di moto in moto) e il dolce flusso perdersi dalle unghie, dalle articolazioni ormai vuote: ne immagino il solletico che nutre un fiore sgargiante emergere da un ginocchio o da un ombelico — una bella morte, baciati dopo qualche secolo da una farfalla o messi all’orecchio di un inconsapevole nipotina pronta a dare la vita grazie a noi, con un suo caduco compagno.

Vennero in agguato, era il pomeriggio e mangiai voracemente verdure e tonno e del pane senza fame senza sete senza pensare: corsi ad approvvigionare l’inutile, il superfluo: per qualche tempo inconsapevolmente me ne pentii, di aver perso tempo e non deciso da me, attendendo dalla voce di mia madre una conferma. Chissà come avrà pianto, come e in che modo ed in quale misura la morte in lei avrà trattenuto per non far trasparire la morte in noi la morte in te: chissà come avrà detto a sé stessa che ero in viaggio per vedere un padre cadavere: quanta forza avrà avuto lei sola che ha dato la vita. Un uomo non ne sarà mai capace: di accogliere anche la morte e dirla con dolci parole a chi non ha forza né è pronto né è cieco abbastanza per piangere: solo piange la morte chi è cieco, ancora o sempre, d’essere morto: e via via non la si piange più con il medesimo umore, con il medesimo cuore.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Sarà perché


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Il mare oggi ha una bellezza ruvida e lontana. Sarà perché non sei con me.
Sarà questo vento che impazza a volte caldo, più spesso senza mostrare compassione per gli uomini e le cose e freddo, che cancella le mie orme e dopo un passo le sbatte sul collo, passi di altri cammini altre attese, altre assenze.
Il sole pure, cedendo, si è trascinato in alto, livido: alcune basse nubi si confondono sulla battigia – hanno sete di anime, e vengono a berle.
Il cuore ha onde sbilenche e si affanna: poi, tace – la campana suona l’ora nona, ne conta due, tre, quattro ormai; infine, senza di te, riscopre che è inutile scandire il tempo.
Sul mare ha il suo incedere slegato la vicenda opaca della lontananza: che ore saranno quelle in cui eri già via? Quando, e che mi dirà, la tua parola estranea poi che il vento sarà disciolto?

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Saltare


Maestro, vago disordinatamente da un pensiero ad un altro, da un’immagine a un’altra: cosa fare?” “Stai ascoltando la tua voce, o l’immagine della tua voce mentre mediti? Ascolti te stesso o un simulacro di te? Parla il tuo Io o il tuo Me? Lascia che quelle voci diano sfogo alla loro potenza effimera, e le vedrai svanire; non rincorrerle, poiché sono ombre e traggono da te la loro vita. Resta fermo e quieto, e il tuo Io si farà vuoto, poiché vuoto esso è”.

Ma non traggo io forse altrettanto dall’Io la mia forza? Non sono forse io Io?” “Lo stelo che verde nasce sul prato è albero o spiga?”

Quando è sotto i miei occhi, Maestro? Allora è stelo, cibo per vermi, ricovero di coccinelle, ombra per la formica“. “Dopo un anno?” Albero forse, o pane sul mio tavolo“. “Dopo mille anni?” “Come posso saperlo, Maestro?

“Come puoi due dunque del tuo Io ch’esso è Io e che è stabile e saldo da dare a te la tua vita? Non è dentro te quel pane o quel frutto o quell’ombra cui ti appoggiasti come la formica? Non è già nello stelo il ramo da cui saltò il gufo di notte svegliandoti per correre alla sua preda? Eppure tu guardi lo stelo ed esso non è, eppure è”.

E il Me è dunque il tempo che passa?

Il Maestro alzò il braccio dinanzi al suo petto: il sole dalla finestra declinava, e segnava una striscia più scura e più grande sul pavimento. In silenzio l’ombra andava allungando e confondendosi all’altre meno chiare e distinte, finché dopo ore di immobilità dileguò.

Dunque anche il Me è un’ombra illusoria?” “Il Me è il tempo che passa mentre so che il mio braccio è disteso”. “Anche lo stelo sa quindi che la sua ombra sarà tronco o spiga?” “Anche lo stelo sa che si confonderà infine con le altre ombre quando il sole sarà calato”. “Dunque il Me è il sole“. “Il Me è sapere del sole, poiché perfino a notte esso illumina e tu vedi distintamente nel buio dove Io vede l’oscurità. Vedono gli occhi del tuo ricordo del sole, poche ad ogni loro battito è luce ed oscuro, sempre, anche nel pieno giorno”.

Ad occhi chiusi infatti il Discepolo osservava il Maestro e la stanza e le ombre fugaci e la danza delle api e lo scroscio del fiume, serenamente vedendo il loro trascorrere, e il suo Me immobile ancora e vigile.

“Ora che hai visto il tuo Me, trattienilo come il più onorato ospite e conversa con lui. Nel tempo ti spiegherà il Me Stesso che non può andare via”.

Nel buio della stanza, Maestro e Discepolo liberamente si assopirono.

2013-11-06-340

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Scorrere


Potremo dirci un’ora felici?, chiese il Maestro: ma c’era un dubbio nel suo tono di voce, e non sembrava la proposta su cui riflettere che veniva a lui discepolo, ma una vera domanda, per la quale non avrebbe dovuto pensare ad un sotterfugio realistico del vecchio per venirgli incontro nella meditazione. Era una domanda: l’affermazione di una incertezza, come aveva imparato a capire; perché nella nostra vita vi sono solamente affermazioni, anche quando hanno la forma che gli uomini ammantano di dubbi e su cui pongono i punti interrogativi. Quando non esistevano virgole o punti, né la scrittura era segnata sulla pietra o sulla carta, le domande forse non v’erano? I punti e le virgole avevano cambiato il Mondo, e reso gli uomini incapaci di comprendere l’animo loro e le nuvole e i moti degli astri e il volere degli dèi? Forse era questo che chiedeva il Maestro? Quando le domande si erano lasciate far capire come qualcosa di imperfetto e di negativo, avevamo perso il lume della felicità? Porre il dubbio, non è forse un atto, e in quest’atto un’azione positiva, dunque un non-negativo? La domanda che ha dimenticato il suo essere forte, il suo uscir fuori per andare verso l’altro, è ancora un vero cercare, o la richiesta che qualcuno venga in aiuto e soccorso, come se fossimo infanti incapaci di spiegare e volere?

Potremo un’ora dirci felici?, rispose con fiducia al vecchio il discepolo.

Erano due incompleti adesso a confrontarsi, perché il Maestro non ha nulla da insegnare che il discepolo non conosca già.

2014-01-08-406

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Alle spalle


Poi vengono le giornate tristi in cui le pietre sono pietre, i fiori sono fiori e ogni nuvola è una nuvola che scorre in cielo, anzi, sta ferma molte volte. Le giornate in cui gli occhi vedono la vera natura di ogni cosa, il lato buono ed il lato cattivo, e vorrebbero ingannarsi ma non possono: dolce inganno non è per tutti, non sempre, non ad ogni età. Ad ogni età dell’anno e dell’uomo, non solo ad ogni età del tempo — ma anche il tempo in fondo non ha più età ad una certa età, e tutto rimbalza da ognidove. Ognidove, strana parola familiare: che risuona come il nessundove che porta dentro sé il quiadesso quasi fosse un’eredità non conosciuta, non sfruttata soprattutto. Sopra tutto.

Vengono le giornate in cui la pietra triste dell’inciampo non serve invece a sollevare il piede e vedere altri orizzonti: le nuvole in quei giorni non sono più animali per giocare coi pensieri, e i fiori non sono miele e api e bacche e poi profumi. Sono giornate in cui tutto è chiaro, pure le lotte che aggrediscono i giardini con le morti cupe degli insetti, giorni in cui le botti sono di nuovo chiuse  e miti febbri sfocano gli spiriti e gli zuccheri, l’aria fissa va oltre il legno, nulla più ribolle e placa ogni cosa l’inverno col suo freddo. Ma nell’inverno non solo soltanto giorni così: non ha età l’inverno, scorre nell’occhio il tempo così terso.

Si passa nei giardini, lungo i muri, sugli schermi alle finestre, e tutto è vuoto, trasparente, non schiarisce alcun dubbio, nulla tange, nulla scorre. La vita a volte affaccia il capolino, nell’atto dell’accorgersi, e poi scivola altrimenti, forte d’un’altra forza che non prende, non dona, non regala. Giorni di gentilezza lieve, giorni in cui si chiedono abbracci, e non sono braccia nemiche, ma nessun braccio nessun sorriso nessuna smorfia che faccia presagire il più d’affetto — troppo lungo spiegare, troppo lieve il desìo, troppa intesa al silenzio che infatti arriva, accende l’occhio, lo fa d’un tratto vecchio, aspro, selvaggio, poi saputo, incolume da millenni, sacerdote di riti inani, trasvolante, incerto, catafratto all’amore, denso plumbeo raccolto secco, morto. L’occhio non vede altro che quel che già sa, ed è l’Aperto. Das Hoffene. L’occhio dell’angelo nuovo, che non vede nulla, e già. Iam. Già conosce il futuro da cui sfugge.

Amore mio, mio dolce amore: non vedendoti, so.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Nostri silenzi


Noi che siamo abitati dal Tempo e nel tempo abitatori del Qualcosa, a volte comprendiamo meglio il respiro vitale di ogni cosa, a volte peggio: basta un lieve bruciore, il candore di un’attesa non consumata, la straordinarietà di un golfo osservato solo per un attimo, presto dimenticato e poi riapparso in sogno, in un déjà vu o in quel che crediamo essere tale. Che gran begli occhi hanno queste cose-donne quando le guardiamo, e come si mostrano infidi i loro sguardi quando scopriamo di chi si sono innamorate e hanno preso con sé: ogni occhio si camuffa, diremmo; e sono i nostri a brillare svolgendo cataratte e sipari di un teatro del desiderio che alberga in quei cuori di madri, spose, mogli, donne dimentiche, misconosciute — mistero senza fine bello, ma precisamente specchio, mistero di specchio nostro in loro in noi.

La lettura era asfissiante: uscì sul balcone, e c’era il sole, caldo, inatteso. Girano così taluni pomeriggi dal cielo basso ove s’aprono squarci non immediati, non subitamente celesti, ma d’altri toni di grigio, d’altri respiri. Le parole appena lette gli ritornavano sulle labbra interne del cuore: da quel silenzio chiamate che c’era ad ogni pensiero, dalla mancata risposta che attendeva e attendeva.

Specchio che non ci dice chi saremo e chi siamo: ci sprona a fare ciò che possiamo finché non siamo diventati ciò che siamo sempre stati. Specchio concavo in cui ricade ogni sguardo verso il ventre, l’accogliente ritrovo maternale, la sede del Triplice Fuoco e del Cinabro: sede di nuvole che portano messaggi e a cui si affidano i naviganti per sapere le profondità del mare scoprendole dal calore.

S’era nuovamente costretto a leggere, ma certe pagine infide chiedono piccoli bocconi. Tornava invece al balcone come ad una liberazione forzosa, quasi che volesse accendersi le membra al sole meridiano e sentisse lo scotto di una pelle ormai non pronta: l’invadeva il pensiero della vecchiaia, l’inutile pensiero che snerva l’animo immaturo e lo tedia mentre si prepara a lasciare la polpa residua della giovinezza umorosa. Dove altri godevano le brame, lui cavillava inquieto: era il suo modo di parlare alto e commosso a renderglisi maschera ben attagliata, comodo calzare per la via.

Il bacio del cielo e del mare aperto, la nuvola grigia poggiata sull’onda…

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato — Su una pagina


Il mio amore, dentro i tuoi occhi che non so guardare, non l’avresti mai saputo…

La lettera comincia così: l’ha ritrovata fortuitamente prima che lui la consegnasse con un mazzo di rose bianche; aveva una frase ancora da scriverle, una frase che intensamente capitava a lui di fronte a lei, una frase non copiata da nessuna parte perché non v’era ragione di copiare, ad una certa età. “Perdona queste rose: erano rosse per l’emozione d’incontrarti, ma appena t’hanno vista sono diventate bianche di fronte alla tua bellezza“. Sapeva, credeva di sapere, che lei l’avrebbe presa come una bella frase forse, e l’esagerazione l’avrebbe spinta a rileggerla e a ragionare. Le sarebbe scappato un sorriso, sperava, e immaginava la sua voce non acuta ma forte mentre ridiceva, in mente, quelle parole, e teneva ferme le labbra e i denti bianchissimi e piccoli e le guance ed il cuore forse, anche il cuore fermo, per un attimo. Sperava questo, come i vecchi sperano che si comportino le persone che credono di conoscere: perché i vecchi credendo di conoscere sé stessi credono di conoscere anche il mondo e le altre persone, ed hanno come tutti invece ad ogni età un po’ di ragione e un po’ di torto, che nei vecchi può essere sorpresa o nuova amarezza. Lui credeva di conoscere anche lei, eppure si sentiva giovane nella speranza che non si era mai sopita, di sbagliarsi, di non sapere come sarebbe andata, cosa avrebbe risposto: coltivava la virtù della meraviglia, glielo dicevano i suoi preferiti filosofi, i poeti che leggeva; glielo dicevano i ricordi di gioventù, quelli che non si cancellano perché sono già passati in quel crogiuolo infuocato che gli altri chiamano oblio.

Oblio… Oblio cos’è? Dimenticarsi di lei, farla scorrere come le tante passanti di una stagione o dell’intera vita? Dimenticarsi oppure di sé, diventare sbadati e noncuranti, come dicevano i taoisti che seguiva e sentiva familiari, come diceva il suo amato Vangelo ricordando che ogni giorno ha la sua pena e che le rondini in cielo non hanno casa non hanno nulla da mangiare eppure ricevono ogni giorno il loro necessario? Era questo, oblio? Nella parola lui sentiva uno scioglimento, un greco lyo, un congedarsi dalla forma esterna come se fosse acqua che scorre dentro recipienti nuovi. Non è l’amore un recipiente?

La lettera non era pronta.

Era pronta in testa forse, e nemmeno lì: come si fa ad avere un messaggio pronto quando gli occhi non riescono a vedere bene? Lui in questi casi si metteva sempre, fin da giovane, sulla lunghezza d’onda di una canzone, di quelle che si possono cantare, aggiungeva. Finirà, me l’hai detto tu, ma non sei sincera: te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei. Scambiava sempre la frase finale con le altre, stai soffrendo per me oppure hai bisogno di me… Poi riprendeva: Forse vuoi dirmi ancora no, ma non sei sincera: te lo leggo negli occhi, e riprendeva una sovrapposizione di stati egualmente possibili, hai bisogno di mestai soffrendo per me: e nei tuoi occhi che piangono, mille ricordi non muoiono. Perdonami, se puoi, e resta insieme a noi. Preferiva sentire con la memoria la voce di Sergio Endrigo piuttosto che quella più morbida di Dino: Endrigo aveva una voce nasale e strana, petrosa come il suo Friuli (se davvero ancora ricordava bene che fosse friulano). Alla fine però andava tutto d’un fiato, canticchiando timidamente… Fra di noi forse nascerà un amore vero, e allungava per quanto poteva, con quanto fiato aveva in corpo, con tutto il suo desiderio e la sua tenerezza e la passione trattenuta e le rose non mandate e la lettera ancora da finire e le frasi da dire e gli occhi da guardare le mani da stringere la bocca da baciare i capelli da sfiorare le spalle da accarezzare i sorrisi, i sorrisi da scambiarsi facendo la spesa e passeggiando, allungava la e di vero, fino a farla spegnere e a non riprendere subito le ultime parole, quelle che davanti a quei due occhi azzurri non sapeva pronunciare, te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei.

La lettera non era pronta.

Lei l’aveva letta e ogni cosa aveva avuto una piega diversa, il discorso subito dopo, il tremore nel suo petto, il repentaglio preso senza poter scappare, modellando l’incontro che non era previsto, la vicinanza stretta, la sua amabile leggerezza. Non sapeva che fare, come lasciarsi, come riprendere, come sapere.

Ogni lettera pronta ha più sensi e più luoghi dell’animo per essere compresa: lei si era stupita di come il suo significato corrispondesse a quel giorno preciso, al valore di quel giorno, di quella occasione non messa in conto. Lui non voleva dirsi troppo in fretta, come sul mare quando un grosso pesce entra a contatto con la lenza, che anche quella nuova speranza andava raccolta e accudita, qualsiasi cosa stesse portando, per un attimo o un secolo o solo un giorno, nel suo verde vestito nel sole inatteso del cuore.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Creste vuote al cielo


Avevo gli occhi pieni di tramonto e del culo di Sa’ida.

Perché dire io, precisamente io, anche dopo Freud, dopo Lacan (senza umorismi), dopo Jung, è non più un’ovvietà ma una scelta ardua a dura prova messa dalle teorie; eppure chi potrà rappresentare il noi, Gesellschaft o ancora Gemeinschaft? E quale pretesa avrà il si impersonale, quale obiettività farà credere o arguire. Dico io qualunque persona esso sia, qualunque egli voglia evocare, da qualunque esso emerga: nella lingua dell’esperienza sarà solo come io visibile e forse comunicabile, compaesani permettendo.

Avevo gran voglia di uscire e vedere il mare e vedere dentro le creste degli alberi spogli le nuvole rosa al tramonto, dietro il celeste del cielo; e rivedere il sorriso di Sa’ida e i suoi mossi capelli d’africana e di berbera, capelli di deserto. Rivedere i suoi piccoli seni, il mento breve, le labbra carnose e il culo, il suo culo.

Arrancava oggi spingendo la sua bicicletta, di spalle l’ho conosciuta un po’ oscillante sui tacchi dopo un giorno al lavoro a fine turno: al meriggio ripensavo a lei come ogni uomo pensa nella sua solitudine ad una donna mai conosciuta in fondo, alla passante di qualche breve giorno prima di ripartire — così è la donna del pellegrino che non la sfiora, tanto lontana anche quando basterebbe stendere la mano, forse, per sentirne l’incarnato morbido anche dopo le usure del freddo del sapone delle stoviglie dei viaggi degli incontri delle attese del passato. Così è la donna del pellegrino che si riempie di desideri senza soddisfarli per rendere il suo spirito più forte — ed io ero tale, dopo il primo sorriso di Sa’ida che non avrei più ritrovato.

Il mare non l’ho visto. Scansato dalla eterna paura del viandante, il bacio che ferma ogni piede non l’ho avuto, per timore di un diniego. Meglio che corra in caccia di bisbigli: poiché Sa’ida ed io parliamo piano, al mattino, e ancor più piano ci guardiamo con le nostre stanchezze senza dirci nulla, e ancora nulla quando sarà tardi e non avremo svelato.

Chissà se Sa’ida al mattino sogna il mare? Se il buongiorno che le dedico in arabo la spaventa o inorgoglisce? Chissà se ancora ha il suo oceano dentro il cuore, o le bastano le fini sabbie che in questo litorale si sfaldano ogni inverno?

Desideravo Sa’ida e il suo segreto da me creato, da me desiderato, desideravo il mio desiderio di Sa’ida e la sua pelle d’oliva e gli occhi scuri e la voce piana e i denti candidi ed i seni e i suoi capelli, e il mio di lei non saper nulla e danzare del desiderio, e le sue dita brevi e il senso di piccolo fastidio andando via da lei, e il suo culo, nobile e fiero e senza tempo.