Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato — Quasi una pioggia


iza saraba / yuki mi ni korobu / tokoro made

Ne sapeva anche un altro a memoria, magari la pronuncia non era corretta, ma immaginava di sì:

tsuyu no yo wa / tsuyu no yo nagara / sarinagara

Doveva sempre fare uno sforzo per ricordare quale dei due fosse di Matsuo Basho e quale di Issa Kobayashi; poi ricordava, ne ripeteva la traduzione masticandola piano in mente, ripensava alla storia della figlioletta di Kobayashi morta bambina, tutto come concatenato, legato alle immagini di vecchi film, antichi quadri.

Vittorio restava così per momenti senza tempo, anche quando era con Sabrina: lei ne ascoltava perfino i silenzi, e lo guardava come se non vi fosse altro al mondo che il volto di lui, con una profondità come ad indagarne i pensieri, perdendosi per qualche interminabile attimo. Poi un richiamo di vita li trasportava nuovamente nel mondo con un sorriso tenero appena accennato; e lei continuava a guardarlo fisso e con dolcezza, quasi senza respirare, con i suoi grandi occhi nocciola e la gioia di chi ha trovato l’amore e dimentica le sue pene osservando l’amato. Vittorio allora girava piano la testa, le ricambiava lo sguardo, e pareva non sentire più il tempo che passa, quasi avendo la testa più leggera e svuotata, resa più libera da quelle carezze degli occhi che solo dopo tempo gli innamorati sanno darsi, quando il fuoco della passione non ha più le stesse fiamme ma la brace cova più calda in segreto — quando l’avventura dell’amore ha iniziato a veleggiare fra i dolori dell’esistenza ed ogni respiro con l’altro è la gioia di condividere l’aria, la fame di profumi della pelle che solo all’amato possono dire chi siamo davvero.

Non le raccontava del suo amore per quelle atmosfere giapponesi che di rado; fin dall’inizio del loro rapporto aveva avuto la gioia rara di poter parlare di poesie, e poi questa si era fatta più profonda e velata quando lui ne scriveva per lei, e Sabrina si commuoveva ogni volta a leggere quei versi a tratti immediati, a tratti invece più densi ed oscuri. Vittorio non aveva in nulla il carattere del poeta giapponese che arriva alla completa trasparenza dello sguardo attraverso un haiku; egli forzava la forma, la applicava a pensieri riflessi, più razionali che frutto della totale penetrazione dell’occhio da parte del mondo, e non era quindi altro che un cercatore di parole e di verità che usava la mente — troppa mente! no mente! gli veniva sempre quel ricordo di un bel film di samurai. Sabrina ascoltava con pazienza le discussioni a volte molto appassionate di Vittorio su quelle idee di quiete e totalità che erano tanto diverse dalle sue abitudini e dal modo di pensare che aveva sempre avuto, energico, sbarazzino, sorridente. Eppure Vittorio pensava sinceramente che le sue discussioni potessero avere un benefico influsso su Sabrina, e aveva capito ormai quando fermarsi per non forzare troppo il buon cuore di quella donna dolcissima e paziente molto più di lui, così innamorata e così affamata di pace e di vita.

Un pomeriggio d’agosto erano insieme, nel silenzio quasi assoluto della città sbiadita dal caldo, svuotata dalla confusione che era al mare in villeggiatura, in un parco, profumato di ultimi fiori che avevano resistito alla canicola e regalavano dopo quello schiaffo intenso il loro perdono al tempo ed al Sole ormai calato. Passeggiavano stringendosi le dita, intrecciandole e slegandole un poco a ogni passo quasi fosse un respiro che dal ventre si stesse propagando alle mani e alle membra, partecipe del darsi universale di quell’aria, venuta da chissà dove e già in partenza mossa dal vento. Si sedettero, soli lungo tutti i viali, e Vittorio guardò i giochi dei bimbi e un colombo appollaiato in equilibrio sull’antenna di una casa discosta, come fosse un pennone d’osservazione per una vedetta in cerca di cibo. Sabrina guardava i tigli, e poi i fiori lanuginosi delle piante poco lontane; poi gli insetti ronzanti nell’aria di fronte alla panca, fissi nel vorticoso sbattere delle ali minuscole.

Fu una ventata più larga e corposa di caldo a strapparli all’incanto senza suoni.

Dal cielo decine e decine di gocciole dense e brillanti cadevano attorno a loro, liquido fuoco che si spargeva dall’aria senza nuvole. I loro occhi non erano sorpresi e osservavano con una rapita ammirazione queste lucciole poco più grandi di una pesca, setose e all’apparenza fluide e lisce come l’olio che cade dalla bocca di un orcio. Un fuoco turbinante, vitreo e mobilissimo, privo di alcun fragore, pura e violenta abbondanza di temperatura, aveva avvolto ogni cosa attorno a loro senza che essi ne fossero coscienti, e ciò non li allarmò. Vittorio prese la mano di Sabrina, si guardarono sorridendo, scivolando l’uno negli occhi dell’altra, e lui ebbe un balzo al cuore vedendo i suoi denti bianchissimi dietro le labbra schiuse. Tutto intorno a loro bruciava: le fiamme altissime non fremevano né rombavano — era solo il calore ad avvolgere tutto, premendo la pelle come l’abbraccio intenso di chi non sta insieme da tempo e stringe il corpo quasi volesse recuperare un tempo uno spazio che non torneranno mai più.

Così, sulla panca, con voce piana Sabrina prese a recitare: iza saraba / yuki mi ni korobu / tokoro made e Vittorio con un sorriso senza voltare la testa rispose Vieni, andiamo / guardiamo la neve / fino a restarne sepolti, e si tennero la mano dolcemente, quasi senza respirare, accanto la pelle con la pelle. Non un frullo d’ali, uno squittire fra le foglie secche; non un sibilo d’acqua lamentosa che spurga dal legno mentre le fibre si squarciano e regalano altro cibo alle fiamme; tutto era silenzio e bagliore di fiamme altissime che li avvolgevano, ricoprivano la panca, i loro abiti, i lunghi capelli di lei, il volto ed il corpo di lui che come lei era rimasto seduto, mano nella mano, ed ora la guardava. Dentro le lingue di fuoco le loro membra si erano annerite, mandavano barbagli proprio come fossero legno pronto a cedere la sua struttura; poi si fecero brillanti e più liquide, con l’apparenza di un metallo arroventato, e l’acqua e il vapore ne uscirono da ogni più intima fibra. Infine, si fissarono come statue di una terra fine e levigata, che divenne più bianca nel fuoco e spense lentamente ogni bagliore via via che le fiamme si alzavano sempre più in alto, sospingendo da terra un vortice d’aria sottile.

tsuyu no yo wa /tsuyu no yo nagara / sarinagara disse piano Vittorio all’orecchio di Sabrina, e ascoltò attorno a sé la voce liberata da ogni peso di lei che ripeteva Mondo di rugiada / è un mondo di rugiada / eppure, eppure. Allora si fusero in una pioggia alta e leggera, e diedero ombra nel cielo mentre il fuoco svaniva.

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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato — Il gioco serio


Damiano al Grest non c’è voluto andare: ha sei anni, i compagnetti ci sono andati tutti, la mamma gliel’ha detto tante volte che si sarebbe divertito; ma lui ha protestato, si è arrabbiato, ha pianto, e alla fine anche la nonna e suo papà hanno deciso che sarebbe rimasto con loro, perché in fondo è più giusto così, un po’ di sole e di mare ci vogliono. Tanto, a sei anni, i compagnetti sono davvero solo compagni di giochi, gli amici non esistono a quell’età e noi non ne abbiamo coscienza; non ce ne rendiamo conto, un’amicizia può iniziare e finire fra la colazione e il tramonto, forse nel primo pomeriggio quando si vuole tornare in acqua e c’è sempre la mamma a dirci di no, che è presto e abbiamo mangiato tanto e non possiamo nemmeno giocare a pallone sulla sabbia perché il Sole è forte e non possiamo prendere il cellulare e allora perché ci siamo venuti al mare se non possiamo fare niente, e ci viene una lacrima di rabbia quando vediamo che papà sta dormendo sulla sdraio sotto l’ombrellone e non può dire niente alla mamma, la nonna guarda il mare distratta perché fa finta di non capire la discussione, il nonno non c’è più perché con lui si sarebbe giocato con la sabbia con le formine e il secchiello come i bambini. Perché a volte viene una tristezza grande al mare a sei anni di pomeriggio col caldo senza veri amici senza compagnetti, mentre Giuseppe sorride beato perché sta ancora mangiando e non gli interessa di giocare; e poi sua mamma lo lascia sempre libero, loro tornano sempre tardi a casa dalla spiaggia, non si fanno nemmeno la doccia, e l’altra sera sono tornati di notte, me l’ha detto Giuseppe mentre mangiavamo la pizza: loro l’altra sera hanno mangiato in spiaggia e poi si sono fatti il bagno di notte e hanno trovato una stella marina grande quanto una mano. Ma tanto la mamma non mi crede mai, mi dice ogni volta che non è vero, che Giuseppe ha inventato quella storia come tutte le altre che racconta, lei l’ha vista la mamma di Giuseppe e suo papà mentre tornavano a casa, e non era nemmeno il tramonto, e poi loro sono scesi più tardi, dopo pranzo; e io a dire non è vero, non è vero, mentre mi vengono altre lacrime agli occhi e le labbra mi si fanno dure perché vorrei piangere e nessuno mi ascolta e non so più a chi credere nemmeno io, perché lo so che la mamma potrebbe avere ragione, ma se non credo nemmeno a Giuseppe lei poi non mi farà giocare più. Chissà cosa mi avrebbe detto il nonno, come mi avrebbe messo la mano sulla testa e mi avrebbe abbracciato facendomi il solletico per farmi passare tutto.

“Damiano, esci: dobbiamo andare a mangiare”. Damiano sta giocando con l’acqua sotto il ginocchio a tamburello con Giuseppe; sono le Due e mezzo, Vittorio, un bambino piccolo di quattro anni se n’è andato, tanto faceva l’arbitro ma dava tutti i punti a Giuseppe perché vuole farlo vincere e non conosce le regole del gioco anche se dice di sì non le sa proprio e fa finta di non vedere e con gli occhi si mette d’accordo con Giuseppe. Ora che Vittorio non c’è non segniamo nemmeno i punti, possiamo lanciarci la palla come vogliamo; anche Giuseppe si diverte di più adesso.

“Damiano, ti ho detto che devi uscire! Non te lo voglio ripetere più! È tardi e dobbiamo salire”.

Non solo non voglio sentire la mamma, ma proprio me lo dimentico: io i punti li sto segnando tutti, e so che lo sta facendo anche Giuseppe, in segreto come me. Certo che voglio vincere ma più importante è non tornare adesso non smettere mentre tutto è così bello e non ci disturba nessuno.

La mamma di Damiano ha gridato, più forte più piano, almeno dieci volte “Damiano dobbiamo andare, devi uscire, sto andando via, ora salgo da sola, ti lascio qui, guarda che non ti faccio scendere più, anche Giuseppe e sua mamma stanno salendo, ti ho detto basta, mi devi ascoltare, ora lo dico a papà”, senza che Damiano facesse alcun movimento diverso rispetto a tendere il braccio col tamburello, colpire, seguire con gli occhi la traiettoria della palla, tuffarsi a prendere un colpo a tradimento di Giuseppe, un colpo impossibile, uno di quelli fatti apposta, risalire dall’acqua con una limpida e tesa risata, guardare la risposta di Giuseppe e di sfuggita sentire l’eco delle grida della mamma. Lei guardava le amiche sorridenti, che stavano a qualche metro di distanza, anche loro in acqua, coi cappelli di paglia, gli occhiali da Sole, le timide bucce d’arancia. Loro non sarebbero salite subito per pranzare, lei lo sapeva bene; ma Damiano doveva mangiare.

“Giuseppe e sua mamma stanno restando: posso restare anch’io? Salgo con loro!”

Un gioco non si interrompe per una richiesta di serietà: il mondo dei grandi ha regole che noi durante un gioco non capiamo, né i grandi sanno più che non prendere un gioco con serietà è come non giocare. In quel vecchio libro di Eugen Fink si dice che il gioco è senza scopo, libero e privo di tempo, onnipotente come solo l’irresponsabilità sa essere. Un bambino che gioca con la sabbia, che lancia dei dadi o batte una palla sul tamburello è l’immagine stessa dell’irreale ferocia che non vuole essere fissata né distratta.

Noi tutti siamo nel gioco grande della vita come quella palla, infine lasciata cadere sulla sabbia per andare a pranzare: diventerà essa stessa granello di sabbia, roccia e fiore, un pesce la mangerà e poi sarà nella pappa di un nuovo Damiano fra qualche millennio, a rincorrere nel Sole il tempo che balza fra le mani di un bambino per un attimo felice.