Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Il giorno dei morti


Vennero qui come in un agguato, lo ricordo bene: l’aria non era né calda ne fredda, qualche nuvola in cielo; da qualche parte in Calabria o già da prima pioveva, nella notte sulle curve d’Aspromonte e di Sila.

L’aria era come un bambino abbandonato: né calda né fredda perché il tempo d’accorgersene non c’era: sul Raccordo Anulare avevo iniziato a pregare e a convincermi: ma pregare e convincere sono i pensieri di chi è fermo, ed io invece guidavo e pensavo all’altrove dov’eri già. Trasmettevo dubbiose energie, mi addossavo malanni; intanto ero in dubbio.

Il panino che mangiai rabbiosamente a notte, al bordo d’una stazione di servizio, fu il primo inconsciamente sapendo ch’eri morto: avventori assonnati, l’autista d’un camion un po’ curioso un po’ stupito: ricordo che pensai di nutrirmi come per senso di responsabilità, ugualmente prendendo le curve un po’ più lentamente perché tu mi dicevi così: la morte rende presenti dei ricordi che non credevamo di possedere in quel modo che a noi sovvengono, ma più scialbi e vuoti; ma essi tornano invece più pieni di rimprovero o di sapore, perché di essi soli ormai siamo responsabili.

Ci si parla diversamente dinanzi alle tombe, quando abbiamo in corpo la morte consapevole dei cari: certi nonni mai visti, cert’altri in qualche modo già lontani: ed altra morte ad altra età sin troppo giovane, che scivola triste ma lucida come i tragitti argentini delle lumache, pronti a sciogliersi alla pioggia; non così per i padri e le madri: lungo la strada per ore ho pensato che con la volontà o con l’entanglement avrei potuto darti un po’ della mia vita: e quando tre giorni dopo ho risentito quella tua canzone tanto cara, Un’ora fa, pensavo fossi tu a farmi compagnia. Dolce verità l’entanglement, la connessione: dolce verità matematica, misurata, che non consola direttamente ma consola lo sprito, non la scorza, non più la carne: Foscolo o Lucrezio o qualche bardo dell’Islanda direbbero bene altrettanto, e altrettanto senza computo e senza conclusione. Ci si parla dinanzi alle tombe come per imitare il morto: io lo faccio inavvertitamente e spontaneamente, attraversato da quelle particelle insieme create e separate dalla calce.

La pioggia chissà come slava i corpi di natura, come attraversa le pietre: sarà, lo spero, una sorta di carezza anche nel freddo intenso, per cui finalmente sgranchire le membra per anni unite, legate imbibite di vita, e adesso distese a scomporsi: ne immagino la sensazione di stanchezza (e una forza operosa le affatica di moto in moto) e il dolce flusso perdersi dalle unghie, dalle articolazioni ormai vuote: ne immagino il solletico che nutre un fiore sgargiante emergere da un ginocchio o da un ombelico — una bella morte, baciati dopo qualche secolo da una farfalla o messi all’orecchio di un inconsapevole nipotina pronta a dare la vita grazie a noi, con un suo caduco compagno.

Vennero in agguato, era il pomeriggio e mangiai voracemente verdure e tonno e del pane senza fame senza sete senza pensare: corsi ad approvvigionare l’inutile, il superfluo: per qualche tempo inconsapevolmente me ne pentii, di aver perso tempo e non deciso da me, attendendo dalla voce di mia madre una conferma. Chissà come avrà pianto, come e in che modo ed in quale misura la morte in lei avrà trattenuto per non far trasparire la morte in noi la morte in te: chissà come avrà detto a sé stessa che ero in viaggio per vedere un padre cadavere: quanta forza avrà avuto lei sola che ha dato la vita. Un uomo non ne sarà mai capace: di accogliere anche la morte e dirla con dolci parole a chi non ha forza né è pronto né è cieco abbastanza per piangere: solo piange la morte chi è cieco, ancora o sempre, d’essere morto: e via via non la si piange più con il medesimo umore, con il medesimo cuore.

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