Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato — Le stanze vuote

DIstrazione


Mi dissero — amici, presenti e assenti (e forse più gli assenti dei presenti) — mi dissero con cura che avrei dovuto tacere, dimenticare, affermare, confermare, soprattutto forse fermare, che dalle mie parti è francesismo per tante cose francesi e non. Fermare, chiudere: fare dunque chiostro. E io questo faccio, stando dentro: scrivo, dunque — in chiostro, che sarà latino forse, sarà cinese, ma la formula alchemica è comune.

E con l’inchiostro cosa dovrei dire? Quel che riesco a fermare, o quel che invece al contrario non posseggo, non fermo, non taccio, non dimentico? Ed io dimentico presto, e troppo a lungo porto con me memorie d’altrove, memorie un po’ malconce.

Da dove era sbucata quella stranita felicità? E quel silenzio, cosa induceva a pensare e seguire: l’arrovellarsi, il distendersi, il piegarsi, il flettersi, forse il genuflettersi, che è un modo fisico di pregare e vedere diversamente le cose? E non m’ero io forse inginocchiato dinanzi alle tue gambe, alle tue mani, al tuo naso alle tue labbra ai tuoi occhi al candore dei denti alla tua pelle bianca ai tuoi capelli lisci? Non m’ero forse genuflesso dinanzi al tuo stupore, che era il mio di tanta naturalezza nel vederti lì come in casa mia, all’angolo di strada, nel silenzio della panchina di legno, nel sole caldo, nel tuo abbraccio lungo? E questo non significa nulla. Senza domanda. Ma da dove veniva quella stranita felicità, quella naturalezza da dove sbucava?

Non mangio più con gusto, né bevo né dormo o respiro. Sono fermo a una fame che non ho più, a una pulsione che non ho più, a un concedermi che non ho — dunque cosa dovrei cedere a me che sta con me stesso, se in verità non ho?

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