Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Saltare


Maestro, vago disordinatamente da un pensiero ad un altro, da un’immagine a un’altra: cosa fare?” “Stai ascoltando la tua voce, o l’immagine della tua voce mentre mediti? Ascolti te stesso o un simulacro di te? Parla il tuo Io o il tuo Me? Lascia che quelle voci diano sfogo alla loro potenza effimera, e le vedrai svanire; non rincorrerle, poiché sono ombre e traggono da te la loro vita. Resta fermo e quieto, e il tuo Io si farà vuoto, poiché vuoto esso è”.

Ma non traggo io forse altrettanto dall’Io la mia forza? Non sono forse io Io?” “Lo stelo che verde nasce sul prato è albero o spiga?”

Quando è sotto i miei occhi, Maestro? Allora è stelo, cibo per vermi, ricovero di coccinelle, ombra per la formica“. “Dopo un anno?” Albero forse, o pane sul mio tavolo“. “Dopo mille anni?” “Come posso saperlo, Maestro?

“Come puoi due dunque del tuo Io ch’esso è Io e che è stabile e saldo da dare a te la tua vita? Non è dentro te quel pane o quel frutto o quell’ombra cui ti appoggiasti come la formica? Non è già nello stelo il ramo da cui saltò il gufo di notte svegliandoti per correre alla sua preda? Eppure tu guardi lo stelo ed esso non è, eppure è”.

E il Me è dunque il tempo che passa?

Il Maestro alzò il braccio dinanzi al suo petto: il sole dalla finestra declinava, e segnava una striscia più scura e più grande sul pavimento. In silenzio l’ombra andava allungando e confondendosi all’altre meno chiare e distinte, finché dopo ore di immobilità dileguò.

Dunque anche il Me è un’ombra illusoria?” “Il Me è il tempo che passa mentre so che il mio braccio è disteso”. “Anche lo stelo sa quindi che la sua ombra sarà tronco o spiga?” “Anche lo stelo sa che si confonderà infine con le altre ombre quando il sole sarà calato”. “Dunque il Me è il sole“. “Il Me è sapere del sole, poiché perfino a notte esso illumina e tu vedi distintamente nel buio dove Io vede l’oscurità. Vedono gli occhi del tuo ricordo del sole, poche ad ogni loro battito è luce ed oscuro, sempre, anche nel pieno giorno”.

Ad occhi chiusi infatti il Discepolo osservava il Maestro e la stanza e le ombre fugaci e la danza delle api e lo scroscio del fiume, serenamente vedendo il loro trascorrere, e il suo Me immobile ancora e vigile.

“Ora che hai visto il tuo Me, trattienilo come il più onorato ospite e conversa con lui. Nel tempo ti spiegherà il Me Stesso che non può andare via”.

Nel buio della stanza, Maestro e Discepolo liberamente si assopirono.

2013-11-06-340

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