Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Sarà perché


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Il mare oggi ha una bellezza ruvida e lontana. Sarà perché non sei con me.
Sarà questo vento che impazza a volte caldo, più spesso senza mostrare compassione per gli uomini e le cose e freddo, che cancella le mie orme e dopo un passo le sbatte sul collo, passi di altri cammini altre attese, altre assenze.
Il sole pure, cedendo, si è trascinato in alto, livido: alcune basse nubi si confondono sulla battigia – hanno sete di anime, e vengono a berle.
Il cuore ha onde sbilenche e si affanna: poi, tace – la campana suona l’ora nona, ne conta due, tre, quattro ormai; infine, senza di te, riscopre che è inutile scandire il tempo.
Sul mare ha il suo incedere slegato la vicenda opaca della lontananza: che ore saranno quelle in cui eri già via? Quando, e che mi dirà, la tua parola estranea poi che il vento sarà disciolto?

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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Saltare


Maestro, vago disordinatamente da un pensiero ad un altro, da un’immagine a un’altra: cosa fare?” “Stai ascoltando la tua voce, o l’immagine della tua voce mentre mediti? Ascolti te stesso o un simulacro di te? Parla il tuo Io o il tuo Me? Lascia che quelle voci diano sfogo alla loro potenza effimera, e le vedrai svanire; non rincorrerle, poiché sono ombre e traggono da te la loro vita. Resta fermo e quieto, e il tuo Io si farà vuoto, poiché vuoto esso è”.

Ma non traggo io forse altrettanto dall’Io la mia forza? Non sono forse io Io?” “Lo stelo che verde nasce sul prato è albero o spiga?”

Quando è sotto i miei occhi, Maestro? Allora è stelo, cibo per vermi, ricovero di coccinelle, ombra per la formica“. “Dopo un anno?” Albero forse, o pane sul mio tavolo“. “Dopo mille anni?” “Come posso saperlo, Maestro?

“Come puoi due dunque del tuo Io ch’esso è Io e che è stabile e saldo da dare a te la tua vita? Non è dentro te quel pane o quel frutto o quell’ombra cui ti appoggiasti come la formica? Non è già nello stelo il ramo da cui saltò il gufo di notte svegliandoti per correre alla sua preda? Eppure tu guardi lo stelo ed esso non è, eppure è”.

E il Me è dunque il tempo che passa?

Il Maestro alzò il braccio dinanzi al suo petto: il sole dalla finestra declinava, e segnava una striscia più scura e più grande sul pavimento. In silenzio l’ombra andava allungando e confondendosi all’altre meno chiare e distinte, finché dopo ore di immobilità dileguò.

Dunque anche il Me è un’ombra illusoria?” “Il Me è il tempo che passa mentre so che il mio braccio è disteso”. “Anche lo stelo sa quindi che la sua ombra sarà tronco o spiga?” “Anche lo stelo sa che si confonderà infine con le altre ombre quando il sole sarà calato”. “Dunque il Me è il sole“. “Il Me è sapere del sole, poiché perfino a notte esso illumina e tu vedi distintamente nel buio dove Io vede l’oscurità. Vedono gli occhi del tuo ricordo del sole, poche ad ogni loro battito è luce ed oscuro, sempre, anche nel pieno giorno”.

Ad occhi chiusi infatti il Discepolo osservava il Maestro e la stanza e le ombre fugaci e la danza delle api e lo scroscio del fiume, serenamente vedendo il loro trascorrere, e il suo Me immobile ancora e vigile.

“Ora che hai visto il tuo Me, trattienilo come il più onorato ospite e conversa con lui. Nel tempo ti spiegherà il Me Stesso che non può andare via”.

Nel buio della stanza, Maestro e Discepolo liberamente si assopirono.

2013-11-06-340

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Scorrere


Potremo dirci un’ora felici?, chiese il Maestro: ma c’era un dubbio nel suo tono di voce, e non sembrava la proposta su cui riflettere che veniva a lui discepolo, ma una vera domanda, per la quale non avrebbe dovuto pensare ad un sotterfugio realistico del vecchio per venirgli incontro nella meditazione. Era una domanda: l’affermazione di una incertezza, come aveva imparato a capire; perché nella nostra vita vi sono solamente affermazioni, anche quando hanno la forma che gli uomini ammantano di dubbi e su cui pongono i punti interrogativi. Quando non esistevano virgole o punti, né la scrittura era segnata sulla pietra o sulla carta, le domande forse non v’erano? I punti e le virgole avevano cambiato il Mondo, e reso gli uomini incapaci di comprendere l’animo loro e le nuvole e i moti degli astri e il volere degli dèi? Forse era questo che chiedeva il Maestro? Quando le domande si erano lasciate far capire come qualcosa di imperfetto e di negativo, avevamo perso il lume della felicità? Porre il dubbio, non è forse un atto, e in quest’atto un’azione positiva, dunque un non-negativo? La domanda che ha dimenticato il suo essere forte, il suo uscir fuori per andare verso l’altro, è ancora un vero cercare, o la richiesta che qualcuno venga in aiuto e soccorso, come se fossimo infanti incapaci di spiegare e volere?

Potremo un’ora dirci felici?, rispose con fiducia al vecchio il discepolo.

Erano due incompleti adesso a confrontarsi, perché il Maestro non ha nulla da insegnare che il discepolo non conosca già.

2014-01-08-406