Stazioni d’Italia — Messina, 24 febbraio 2013


Poi, Messina.

E il buio ventre di Giona del traghetto, dove si sconta la solitaria inane libertà degli isolani, di non vedere la luce durante quella nascita morta che è il trasbordo in Eurasia, la terra enorme e imprescindibile per l’Isola.

Chi lascia, esce nel buio e nel buio cova sé stesso e il suo amore.

La donna vicino a me, sui sedili alla mia parte opposta, ha grandi carnose labbra e voce piccola e dolce, nasale, leggera. Pronuncia male le essere, ma ha occhi grandi che si aprono forti e allegri ad ogni sorriso che ci rivolgiamo. Magra, scura come olivi teneri e decisi in certo Sole estivo, dai capelli castani lisci e corti tanto da piegarsi poco, ha guance e mento forti, denti candidissimi, e un orecchino di perla.

Non si direbbe bella dietro i suoi begli occhiali, né lei tale si dice: ma bello è il suo riso ed il modo di parlare, tenue e familiare. Da Siracusa, studiando a Catania, va a Lamezia Terme per vedere qualcuno: non dice chi, e si intuisce un uomo, ma pare voglia anche a sé lei stessa mantenere un segreto e non turbare la poesia di questo viaggio domenicale, per natura paradisiaco come quelli della prima famiglia.

Il buio tace adesso: Europa si posa dove il giovenco la lascia per battezzare quella terra.

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