Stazioni d’Italia—Catania, 24 febbraio 2013


Catania è la pietra lavica e il nero della pietra lavica, ma la stazione non ne fa notizia.

Lo sfacelo dei vecchi quartieri dietro il Porto Antico e la Pescheria si intravede dalla consunzione del cotto delle vecchie rosse grondaie ormai ingrigite con le loro erbe cresciute rapidamente senza radici e presto morte.

Anche il mare lungo i binari è coperto di vecchie lave, ed oggi è grigio e tale si intuisce, come smorto piombo.

Agavi, palme, cementi, fichi d’India, gallerie e i neon: il ricordo della stazione è breve, non invoglia mai a restare in questa di Catania, nemmeno dietro il finestrino sporco che manda ricordi altri di piogge recenti.

Si sta accosto a antichi scogli ad Ognina, ma è un attimo distratto: il mare compresso, piagato dagli occhi ad ogni apertura, si intuba presto a Cannizzaro e sempre e sempre nei visceri della lava spenta e accesa malatamente, all’improvviso, dai verdi degli aranci e degli ulivi, verdi incompresi, errabondi nel mare pietrificato del vulcano, che anche oggi erutta fontane e la notte dà spettacolo e mistero.

Poi, le nuvole: e l’Etna che solo i saputi occhi scorgono come un ricordo ulteriore, e al nuovo pellegrino non si concede, ammantato di vapori e umidità.

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