Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato — Su una pagina


Il mio amore, dentro i tuoi occhi che non so guardare, non l’avresti mai saputo…

La lettera comincia così: l’ha ritrovata fortuitamente prima che lui la consegnasse con un mazzo di rose bianche; aveva una frase ancora da scriverle, una frase che intensamente capitava a lui di fronte a lei, una frase non copiata da nessuna parte perché non v’era ragione di copiare, ad una certa età. “Perdona queste rose: erano rosse per l’emozione d’incontrarti, ma appena t’hanno vista sono diventate bianche di fronte alla tua bellezza“. Sapeva, credeva di sapere, che lei l’avrebbe presa come una bella frase forse, e l’esagerazione l’avrebbe spinta a rileggerla e a ragionare. Le sarebbe scappato un sorriso, sperava, e immaginava la sua voce non acuta ma forte mentre ridiceva, in mente, quelle parole, e teneva ferme le labbra e i denti bianchissimi e piccoli e le guance ed il cuore forse, anche il cuore fermo, per un attimo. Sperava questo, come i vecchi sperano che si comportino le persone che credono di conoscere: perché i vecchi credendo di conoscere sé stessi credono di conoscere anche il mondo e le altre persone, ed hanno come tutti invece ad ogni età un po’ di ragione e un po’ di torto, che nei vecchi può essere sorpresa o nuova amarezza. Lui credeva di conoscere anche lei, eppure si sentiva giovane nella speranza che non si era mai sopita, di sbagliarsi, di non sapere come sarebbe andata, cosa avrebbe risposto: coltivava la virtù della meraviglia, glielo dicevano i suoi preferiti filosofi, i poeti che leggeva; glielo dicevano i ricordi di gioventù, quelli che non si cancellano perché sono già passati in quel crogiuolo infuocato che gli altri chiamano oblio.

Oblio… Oblio cos’è? Dimenticarsi di lei, farla scorrere come le tante passanti di una stagione o dell’intera vita? Dimenticarsi oppure di sé, diventare sbadati e noncuranti, come dicevano i taoisti che seguiva e sentiva familiari, come diceva il suo amato Vangelo ricordando che ogni giorno ha la sua pena e che le rondini in cielo non hanno casa non hanno nulla da mangiare eppure ricevono ogni giorno il loro necessario? Era questo, oblio? Nella parola lui sentiva uno scioglimento, un greco lyo, un congedarsi dalla forma esterna come se fosse acqua che scorre dentro recipienti nuovi. Non è l’amore un recipiente?

La lettera non era pronta.

Era pronta in testa forse, e nemmeno lì: come si fa ad avere un messaggio pronto quando gli occhi non riescono a vedere bene? Lui in questi casi si metteva sempre, fin da giovane, sulla lunghezza d’onda di una canzone, di quelle che si possono cantare, aggiungeva. Finirà, me l’hai detto tu, ma non sei sincera: te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei. Scambiava sempre la frase finale con le altre, stai soffrendo per me oppure hai bisogno di me… Poi riprendeva: Forse vuoi dirmi ancora no, ma non sei sincera: te lo leggo negli occhi, e riprendeva una sovrapposizione di stati egualmente possibili, hai bisogno di mestai soffrendo per me: e nei tuoi occhi che piangono, mille ricordi non muoiono. Perdonami, se puoi, e resta insieme a noi. Preferiva sentire con la memoria la voce di Sergio Endrigo piuttosto che quella più morbida di Dino: Endrigo aveva una voce nasale e strana, petrosa come il suo Friuli (se davvero ancora ricordava bene che fosse friulano). Alla fine però andava tutto d’un fiato, canticchiando timidamente… Fra di noi forse nascerà un amore vero, e allungava per quanto poteva, con quanto fiato aveva in corpo, con tutto il suo desiderio e la sua tenerezza e la passione trattenuta e le rose non mandate e la lettera ancora da finire e le frasi da dire e gli occhi da guardare le mani da stringere la bocca da baciare i capelli da sfiorare le spalle da accarezzare i sorrisi, i sorrisi da scambiarsi facendo la spesa e passeggiando, allungava la e di vero, fino a farla spegnere e a non riprendere subito le ultime parole, quelle che davanti a quei due occhi azzurri non sapeva pronunciare, te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei.

La lettera non era pronta.

Lei l’aveva letta e ogni cosa aveva avuto una piega diversa, il discorso subito dopo, il tremore nel suo petto, il repentaglio preso senza poter scappare, modellando l’incontro che non era previsto, la vicinanza stretta, la sua amabile leggerezza. Non sapeva che fare, come lasciarsi, come riprendere, come sapere.

Ogni lettera pronta ha più sensi e più luoghi dell’animo per essere compresa: lei si era stupita di come il suo significato corrispondesse a quel giorno preciso, al valore di quel giorno, di quella occasione non messa in conto. Lui non voleva dirsi troppo in fretta, come sul mare quando un grosso pesce entra a contatto con la lenza, che anche quella nuova speranza andava raccolta e accudita, qualsiasi cosa stesse portando, per un attimo o un secolo o solo un giorno, nel suo verde vestito nel sole inatteso del cuore.

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