Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Creste vuote al cielo


Avevo gli occhi pieni di tramonto e del culo di Sa’ida.

Perché dire io, precisamente io, anche dopo Freud, dopo Lacan (senza umorismi), dopo Jung, è non più un’ovvietà ma una scelta ardua a dura prova messa dalle teorie; eppure chi potrà rappresentare il noi, Gesellschaft o ancora Gemeinschaft? E quale pretesa avrà il si impersonale, quale obiettività farà credere o arguire. Dico io qualunque persona esso sia, qualunque egli voglia evocare, da qualunque esso emerga: nella lingua dell’esperienza sarà solo come io visibile e forse comunicabile, compaesani permettendo.

Avevo gran voglia di uscire e vedere il mare e vedere dentro le creste degli alberi spogli le nuvole rosa al tramonto, dietro il celeste del cielo; e rivedere il sorriso di Sa’ida e i suoi mossi capelli d’africana e di berbera, capelli di deserto. Rivedere i suoi piccoli seni, il mento breve, le labbra carnose e il culo, il suo culo.

Arrancava oggi spingendo la sua bicicletta, di spalle l’ho conosciuta un po’ oscillante sui tacchi dopo un giorno al lavoro a fine turno: al meriggio ripensavo a lei come ogni uomo pensa nella sua solitudine ad una donna mai conosciuta in fondo, alla passante di qualche breve giorno prima di ripartire — così è la donna del pellegrino che non la sfiora, tanto lontana anche quando basterebbe stendere la mano, forse, per sentirne l’incarnato morbido anche dopo le usure del freddo del sapone delle stoviglie dei viaggi degli incontri delle attese del passato. Così è la donna del pellegrino che si riempie di desideri senza soddisfarli per rendere il suo spirito più forte — ed io ero tale, dopo il primo sorriso di Sa’ida che non avrei più ritrovato.

Il mare non l’ho visto. Scansato dalla eterna paura del viandante, il bacio che ferma ogni piede non l’ho avuto, per timore di un diniego. Meglio che corra in caccia di bisbigli: poiché Sa’ida ed io parliamo piano, al mattino, e ancor più piano ci guardiamo con le nostre stanchezze senza dirci nulla, e ancora nulla quando sarà tardi e non avremo svelato.

Chissà se Sa’ida al mattino sogna il mare? Se il buongiorno che le dedico in arabo la spaventa o inorgoglisce? Chissà se ancora ha il suo oceano dentro il cuore, o le bastano le fini sabbie che in questo litorale si sfaldano ogni inverno?

Desideravo Sa’ida e il suo segreto da me creato, da me desiderato, desideravo il mio desiderio di Sa’ida e la sua pelle d’oliva e gli occhi scuri e la voce piana e i denti candidi ed i seni e i suoi capelli, e il mio di lei non saper nulla e danzare del desiderio, e le sue dita brevi e il senso di piccolo fastidio andando via da lei, e il suo culo, nobile e fiero e senza tempo.

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