Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Sui tuoi ardenti carboni


Il vento aveva condotto gli atomi di polvere sul coltello a serramanico, e il melograno sbattuto dal freddo non dava più alcuna foglia, né frutti marciti né rimorsi del perduto paradiso — pardes rimmonim, ricorda. Nell’aria cupa ancora il limite teneva, si respirava senza difficoltà alcuna, altri perduti frammenti nell’aria si raccoglievano a qualche angolo fra le grate e gli aghi di pino.

La mano morbida e la pelle dura, le rughe intorno alla glabella, la futilità delle fredde discussioni: tutto ammorbava l’aria quasi fosse un estremo rigurgito a segnare l’oppressione del desiderio.

Intanto Sa’ida avanzava sorrisi: bella nel suo non bel volto, nei suoi piccoli seni nelle mani gentili negli occhi scurissimi nel difendersi all’alba dal demone mattutino degli avventori intenti al suo culo ribaldo, lei la sa’ida, la fortunata cacciatrice, apriva sorrisi e ammansiva cercando nell’aria una libertà non sua, non più nostra: quale libera aria si gode alzando al mattino ben prima del sole la saracinesca, scaldando una macchina, scaldando un cuore? Scaldando il mio cuore di errante?

Ha voce piccola e leggera Sa’ida, parla piano e scruta il telefono e s’accorge di quanto sia moderno il civile campagnolo che la prova, la saggia con gli occhi, ne ammira le carni e ammannisce complimenti o discorsi che le ordinariamente non ascolta.

Dovrei scherzarle in arabo, mi dico.

Ma chi caccia ha voglia di aria nuova, nuove foglie portate dal vento, nuova polvere smossa: non concede altro che inutili speranze.

E tu hai il tuo scorcio d’Africa e di vento nei luoghi dell’infanzia: la rocca alta e inaccessibile, colma di zuccheri e vicende; la città degli studi leggiadri, delle prime mosse dell’amore; la casa con la vista sul dirupo. Tu hai il tuo mondo ove non entreranno i melograni, il loro tesoro sanguigno: hai gli occhi rossi e le labbra serrate, anche nel sorriso, nessuno scricchio di favilla, poiché hai ancora gran fiamma.

Sei andata a riposo adesso: l’altalena del tuo umore ha bisogno di vuoto e solitudine. E il tu a noi più gradito è quello che ci ricorda chi siamo nel parlarci, chi vogliamo e corriamo a prendere, chi staniamo nelle sere più minute e precise quando l’abitudine si scuote e sappiamo, nella folata rabbiosa, essere terra e prato e ramo e radice e fiore che si spande e germe che corrode e seme che si spegne senza nascere.

Questo tu avrai forse, silente apparizione d’esperienza del pensiero.

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