Stazioni d’Italia—Taormina, 24 febbraio 2013


Taormina ha vecchi mosaici, retaggio di splendori passati: “Taormina-Giardini” si legge, Giardini Naxos, la Nasso dei Calcidesi imparentata con Lentini.

Oggi accolgono piccole aspidistre appese sulle armature liberty metalliche della stazione, a mo’ di lampadari viventi: assieme a queste, palme disseccate colpite dal punteruolo rosso.

Ma l’Isolabella vale tutto il tramestio del cuore che si apre appena il vagone si tuffa a un passo dal mare, quasi invitando a una azzurra morte serena invernale.

Fichi scheletrici lasciano immaginare i piaceri estivi, le delizie colte, le meditazioni contro i desideri dei bodhisattva nostrani: contro il mare, valli erose e metamorfiche e fitte foreste dei bassi Nebrodi.

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Stazioni d’Italia—Fiumefreddo, 24 febbraio 2013


A Fiumefreddo, oggi, non ci si ferma: depositi abusivi di immondizia e una mandria scomposta di pecore e un bove, prima di arrivare. Un uomo su una collinetta di macerie di cemento fuma al vento, il suo cane è lontano, accovacciato metri più in là.

È il confine del territorio di Messina, che all’occhio abituato è più rustico e selvaggio quanto il catanese è lavorato e in certo modo sporco. Non annunciato, imprevisto al passeggero, s’apre d’un tratto l’Alcantara di ghiaccio fra lava ormai bronzea o d’argento: dopo la stazione, scorcita e malconcia, si passa in mezzo alle case e si immaginano vita e morte dettate ognuna dai treni, orari, odori, fumi, ritmi, serrati silenzi.

Stazioni d’Italia—Giarre-Riposto, 24 febbraio 2013


Il paesone patria di storici e poeti ha una anonima stazione: Santi Correnti, Giuseppe Giarrizzo, qualche famoso ammiraglio di lontane guerre, prestigio del Nautico, chissà quante di queste traversine in legno ormai consunte avranno contato andando a studiare nel capoluogo?

C’è un vento leggero fra i ciuffi lontani, e una fornace per cuocere i mattoni, e ciuddi vicini di canne ingiallite: l’acqua dolce non manca, dunque.

Là dietro, i ricordi di Fondachello; più su, qualche balza d’Etna che si scambierebbe per ultima collina se non fosse il pedemonte di Mascali.

Stazioni d’Italia—Acireale, 24 febbraio 2013


Ad Acireale una vecchia motrice pare un continuo scherzo di Carnevale: la stazione ha un timido sfarzo e ci si ferma più che a Catania. Palme e palme, di varia foggia, interrate, insiepate, invasate: una propria follia, gradita, come lo splendido mandorlo in fiore, candido e allegro.

Ma il Monte di fuoco qui più vicino ha minacce cupe di nubi: piove, forse darebbe una neve leggera, ma adesso chissà non siano lapilli e polveri trascinate dal vento e scosse dal cratere di Sud-Est che rompe gli argini e infuoca da settimane con respiro alterno e gonfia e si rizza e sbraccia e piange e s’acquieta.

Il mare dopo la galleria è piatto, uno Ionio consueto e pacifico che pare ancora invitare Arabi a frotte, migranti e sperduti e non solo conquistatori.

La giovane donna al finestrino di fronte si perde le tante palme, perfino le due alte e chiomate della stazione di Carruba, da cui non si ferma lo sguardo e scorre in silenzio anche per treni locali.

Agrumi e mare e palme e rada macchia: si arriva a Giarre-Riposto.

Stazioni d’Italia—Catania, 24 febbraio 2013


Catania è la pietra lavica e il nero della pietra lavica, ma la stazione non ne fa notizia.

Lo sfacelo dei vecchi quartieri dietro il Porto Antico e la Pescheria si intravede dalla consunzione del cotto delle vecchie rosse grondaie ormai ingrigite con le loro erbe cresciute rapidamente senza radici e presto morte.

Anche il mare lungo i binari è coperto di vecchie lave, ed oggi è grigio e tale si intuisce, come smorto piombo.

Agavi, palme, cementi, fichi d’India, gallerie e i neon: il ricordo della stazione è breve, non invoglia mai a restare in questa di Catania, nemmeno dietro il finestrino sporco che manda ricordi altri di piogge recenti.

Si sta accosto a antichi scogli ad Ognina, ma è un attimo distratto: il mare compresso, piagato dagli occhi ad ogni apertura, si intuba presto a Cannizzaro e sempre e sempre nei visceri della lava spenta e accesa malatamente, all’improvviso, dai verdi degli aranci e degli ulivi, verdi incompresi, errabondi nel mare pietrificato del vulcano, che anche oggi erutta fontane e la notte dà spettacolo e mistero.

Poi, le nuvole: e l’Etna che solo i saputi occhi scorgono come un ricordo ulteriore, e al nuovo pellegrino non si concede, ammantato di vapori e umidità.

Stazioni d’Italia—Lentini, domenica 24 febbraio 2013


Si parte da Lentini: una volta scorrevano arance, e ricchezze, e vita intellettuale forse troppo ricca e troppo alle arance legata, com’è stato difatti.

Si incontra la Piana, e una volta stendevano gli agrumeti, che oggi sono piccoli di nuovi innesti: l’innovazione è cambio, ma è come il vino nuovo nell’otre vecchio, e forse scoppierà, senza nemmeno tanti briosi gorgoglii che il vino porta per solito.

Alla Diramazione, di Lentini e subito dopo di Catania, e poi a Bicocca, ci si ferma e si rallenta. Colpisce il vecchiume, colpiscono i rovi sul tragitto, colpisce un certo vuoto diffuso, che si riempirà male.

Nei campi qualcuno lavora: c’è più Catone che Cristo; e Catone è solo per necessità, se Cristo non è più convinzione né abitudine.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato — Su una pagina


Il mio amore, dentro i tuoi occhi che non so guardare, non l’avresti mai saputo…

La lettera comincia così: l’ha ritrovata fortuitamente prima che lui la consegnasse con un mazzo di rose bianche; aveva una frase ancora da scriverle, una frase che intensamente capitava a lui di fronte a lei, una frase non copiata da nessuna parte perché non v’era ragione di copiare, ad una certa età. “Perdona queste rose: erano rosse per l’emozione d’incontrarti, ma appena t’hanno vista sono diventate bianche di fronte alla tua bellezza“. Sapeva, credeva di sapere, che lei l’avrebbe presa come una bella frase forse, e l’esagerazione l’avrebbe spinta a rileggerla e a ragionare. Le sarebbe scappato un sorriso, sperava, e immaginava la sua voce non acuta ma forte mentre ridiceva, in mente, quelle parole, e teneva ferme le labbra e i denti bianchissimi e piccoli e le guance ed il cuore forse, anche il cuore fermo, per un attimo. Sperava questo, come i vecchi sperano che si comportino le persone che credono di conoscere: perché i vecchi credendo di conoscere sé stessi credono di conoscere anche il mondo e le altre persone, ed hanno come tutti invece ad ogni età un po’ di ragione e un po’ di torto, che nei vecchi può essere sorpresa o nuova amarezza. Lui credeva di conoscere anche lei, eppure si sentiva giovane nella speranza che non si era mai sopita, di sbagliarsi, di non sapere come sarebbe andata, cosa avrebbe risposto: coltivava la virtù della meraviglia, glielo dicevano i suoi preferiti filosofi, i poeti che leggeva; glielo dicevano i ricordi di gioventù, quelli che non si cancellano perché sono già passati in quel crogiuolo infuocato che gli altri chiamano oblio.

Oblio… Oblio cos’è? Dimenticarsi di lei, farla scorrere come le tante passanti di una stagione o dell’intera vita? Dimenticarsi oppure di sé, diventare sbadati e noncuranti, come dicevano i taoisti che seguiva e sentiva familiari, come diceva il suo amato Vangelo ricordando che ogni giorno ha la sua pena e che le rondini in cielo non hanno casa non hanno nulla da mangiare eppure ricevono ogni giorno il loro necessario? Era questo, oblio? Nella parola lui sentiva uno scioglimento, un greco lyo, un congedarsi dalla forma esterna come se fosse acqua che scorre dentro recipienti nuovi. Non è l’amore un recipiente?

La lettera non era pronta.

Era pronta in testa forse, e nemmeno lì: come si fa ad avere un messaggio pronto quando gli occhi non riescono a vedere bene? Lui in questi casi si metteva sempre, fin da giovane, sulla lunghezza d’onda di una canzone, di quelle che si possono cantare, aggiungeva. Finirà, me l’hai detto tu, ma non sei sincera: te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei. Scambiava sempre la frase finale con le altre, stai soffrendo per me oppure hai bisogno di me… Poi riprendeva: Forse vuoi dirmi ancora no, ma non sei sincera: te lo leggo negli occhi, e riprendeva una sovrapposizione di stati egualmente possibili, hai bisogno di mestai soffrendo per me: e nei tuoi occhi che piangono, mille ricordi non muoiono. Perdonami, se puoi, e resta insieme a noi. Preferiva sentire con la memoria la voce di Sergio Endrigo piuttosto che quella più morbida di Dino: Endrigo aveva una voce nasale e strana, petrosa come il suo Friuli (se davvero ancora ricordava bene che fosse friulano). Alla fine però andava tutto d’un fiato, canticchiando timidamente… Fra di noi forse nascerà un amore vero, e allungava per quanto poteva, con quanto fiato aveva in corpo, con tutto il suo desiderio e la sua tenerezza e la passione trattenuta e le rose non mandate e la lettera ancora da finire e le frasi da dire e gli occhi da guardare le mani da stringere la bocca da baciare i capelli da sfiorare le spalle da accarezzare i sorrisi, i sorrisi da scambiarsi facendo la spesa e passeggiando, allungava la e di vero, fino a farla spegnere e a non riprendere subito le ultime parole, quelle che davanti a quei due occhi azzurri non sapeva pronunciare, te lo leggo negli occhi, tu lo leggi nei miei.

La lettera non era pronta.

Lei l’aveva letta e ogni cosa aveva avuto una piega diversa, il discorso subito dopo, il tremore nel suo petto, il repentaglio preso senza poter scappare, modellando l’incontro che non era previsto, la vicinanza stretta, la sua amabile leggerezza. Non sapeva che fare, come lasciarsi, come riprendere, come sapere.

Ogni lettera pronta ha più sensi e più luoghi dell’animo per essere compresa: lei si era stupita di come il suo significato corrispondesse a quel giorno preciso, al valore di quel giorno, di quella occasione non messa in conto. Lui non voleva dirsi troppo in fretta, come sul mare quando un grosso pesce entra a contatto con la lenza, che anche quella nuova speranza andava raccolta e accudita, qualsiasi cosa stesse portando, per un attimo o un secolo o solo un giorno, nel suo verde vestito nel sole inatteso del cuore.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Creste vuote al cielo


Avevo gli occhi pieni di tramonto e del culo di Sa’ida.

Perché dire io, precisamente io, anche dopo Freud, dopo Lacan (senza umorismi), dopo Jung, è non più un’ovvietà ma una scelta ardua a dura prova messa dalle teorie; eppure chi potrà rappresentare il noi, Gesellschaft o ancora Gemeinschaft? E quale pretesa avrà il si impersonale, quale obiettività farà credere o arguire. Dico io qualunque persona esso sia, qualunque egli voglia evocare, da qualunque esso emerga: nella lingua dell’esperienza sarà solo come io visibile e forse comunicabile, compaesani permettendo.

Avevo gran voglia di uscire e vedere il mare e vedere dentro le creste degli alberi spogli le nuvole rosa al tramonto, dietro il celeste del cielo; e rivedere il sorriso di Sa’ida e i suoi mossi capelli d’africana e di berbera, capelli di deserto. Rivedere i suoi piccoli seni, il mento breve, le labbra carnose e il culo, il suo culo.

Arrancava oggi spingendo la sua bicicletta, di spalle l’ho conosciuta un po’ oscillante sui tacchi dopo un giorno al lavoro a fine turno: al meriggio ripensavo a lei come ogni uomo pensa nella sua solitudine ad una donna mai conosciuta in fondo, alla passante di qualche breve giorno prima di ripartire — così è la donna del pellegrino che non la sfiora, tanto lontana anche quando basterebbe stendere la mano, forse, per sentirne l’incarnato morbido anche dopo le usure del freddo del sapone delle stoviglie dei viaggi degli incontri delle attese del passato. Così è la donna del pellegrino che si riempie di desideri senza soddisfarli per rendere il suo spirito più forte — ed io ero tale, dopo il primo sorriso di Sa’ida che non avrei più ritrovato.

Il mare non l’ho visto. Scansato dalla eterna paura del viandante, il bacio che ferma ogni piede non l’ho avuto, per timore di un diniego. Meglio che corra in caccia di bisbigli: poiché Sa’ida ed io parliamo piano, al mattino, e ancor più piano ci guardiamo con le nostre stanchezze senza dirci nulla, e ancora nulla quando sarà tardi e non avremo svelato.

Chissà se Sa’ida al mattino sogna il mare? Se il buongiorno che le dedico in arabo la spaventa o inorgoglisce? Chissà se ancora ha il suo oceano dentro il cuore, o le bastano le fini sabbie che in questo litorale si sfaldano ogni inverno?

Desideravo Sa’ida e il suo segreto da me creato, da me desiderato, desideravo il mio desiderio di Sa’ida e la sua pelle d’oliva e gli occhi scuri e la voce piana e i denti candidi ed i seni e i suoi capelli, e il mio di lei non saper nulla e danzare del desiderio, e le sue dita brevi e il senso di piccolo fastidio andando via da lei, e il suo culo, nobile e fiero e senza tempo.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Sui tuoi ardenti carboni


Il vento aveva condotto gli atomi di polvere sul coltello a serramanico, e il melograno sbattuto dal freddo non dava più alcuna foglia, né frutti marciti né rimorsi del perduto paradiso — pardes rimmonim, ricorda. Nell’aria cupa ancora il limite teneva, si respirava senza difficoltà alcuna, altri perduti frammenti nell’aria si raccoglievano a qualche angolo fra le grate e gli aghi di pino.

La mano morbida e la pelle dura, le rughe intorno alla glabella, la futilità delle fredde discussioni: tutto ammorbava l’aria quasi fosse un estremo rigurgito a segnare l’oppressione del desiderio.

Intanto Sa’ida avanzava sorrisi: bella nel suo non bel volto, nei suoi piccoli seni nelle mani gentili negli occhi scurissimi nel difendersi all’alba dal demone mattutino degli avventori intenti al suo culo ribaldo, lei la sa’ida, la fortunata cacciatrice, apriva sorrisi e ammansiva cercando nell’aria una libertà non sua, non più nostra: quale libera aria si gode alzando al mattino ben prima del sole la saracinesca, scaldando una macchina, scaldando un cuore? Scaldando il mio cuore di errante?

Ha voce piccola e leggera Sa’ida, parla piano e scruta il telefono e s’accorge di quanto sia moderno il civile campagnolo che la prova, la saggia con gli occhi, ne ammira le carni e ammannisce complimenti o discorsi che le ordinariamente non ascolta.

Dovrei scherzarle in arabo, mi dico.

Ma chi caccia ha voglia di aria nuova, nuove foglie portate dal vento, nuova polvere smossa: non concede altro che inutili speranze.

E tu hai il tuo scorcio d’Africa e di vento nei luoghi dell’infanzia: la rocca alta e inaccessibile, colma di zuccheri e vicende; la città degli studi leggiadri, delle prime mosse dell’amore; la casa con la vista sul dirupo. Tu hai il tuo mondo ove non entreranno i melograni, il loro tesoro sanguigno: hai gli occhi rossi e le labbra serrate, anche nel sorriso, nessuno scricchio di favilla, poiché hai ancora gran fiamma.

Sei andata a riposo adesso: l’altalena del tuo umore ha bisogno di vuoto e solitudine. E il tu a noi più gradito è quello che ci ricorda chi siamo nel parlarci, chi vogliamo e corriamo a prendere, chi staniamo nelle sere più minute e precise quando l’abitudine si scuote e sappiamo, nella folata rabbiosa, essere terra e prato e ramo e radice e fiore che si spande e germe che corrode e seme che si spegne senza nascere.

Questo tu avrai forse, silente apparizione d’esperienza del pensiero.