Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Selah


Prendimi…

Nel loro ufficio normalmente poco frequentato, la sua voce risuonò leggera e senza rimbombo: erano soli, nessun rumore fuori lungo il corridoio, nessun grido nessun richiamo da fuori, né passi sul selciato. La sua voce che tendeva all’acuto, come di bambina, e un po’ nasale e pronta a ridere. Le sue labbra sottili, gli occhi semichiusi, i capelli scuri, la pelle un po’ olivastra: era una voce-pensiero tutta sfumature, come l’odore che non si sentiva dietro le orecchie, sul collo. Odore di mamma, di moglie che è uscita presto di casa e va al lavoro.

La luce era consueta, il pavimento come sempre marrone, le pareti a loro modo colorate dagli anni: le finestre bianche non brillavano, e il suo naso affilato schiuse un attimo le pinne, un pizzico alla punta delle labbra, un lieve sorriso — nulla era da ripetere, nulla si poteva ripetere né si sarebbe mai ripetuto. Il gesto nella sua intensità univa l’unico di quell’istante di vuoto, i loro corpi, lo stridio dell’osso della spalla alzata piano assieme al braccio, il morbido tepore della guancia sotto i polpastrelli, il lobo piccolo e cedevole, senza orecchino, il fresco della nuca, la fitta al cuore sotto gli occhi prima di sfiorare le labbra, la punta delle labbra e il fianco, il ventre sopra l’ombelico, il seno morbido, la spalla, ancora, le ciglia confuse, la mano sul petto, una mano di donna sul suo petto.

Per andare dove?, quel Prendimi

Via da dove, da quale impronosticabile futuro, o abituale abitudinario presente: e prendere chi, e come? Per mano, in volo, o lungo il tavolo da lavoro, contro gli armadi a muro: nulla di tanto teatrale. Il suo Prendimi, desiderio puro di Altro: istantaneo, fugace, lungo come durano lunghi gli attimi solo che il Mondo ne presti occasione e conceda uno spazio ed un tempo. Senza pericolo: tanto da spaventare per l’uscita dalla regola, dalla norma, l’arrivo di qualcuno, lo scoppio di qualcosa in cielo, la rissa dei migratori o la caduta fragorosa di una foglia a destare dal sonno. Perché il desiderio è un sonno vivido che s’anima.

La mano dai muscoli leggeri, la pelle scavata dai bucati e dalle stoviglie e coperta a sera e al mattino dalle creme; la mano piccola e forte, precisa. Ma era la pupilla a far cadere, presto, subito; il candore dei denti mentre lo sguardo si abbassa a far cedere, sempre.

Poi, il silenzio, senza baci. Stretti come due che partano e vogliano schiacciarsi l’uno all’altro, la testa oltre il busto, il mento sul collo, le mani sulla schiena, stringendo forte sé per darsi ancora e nulla perdere.

Cosa che chiamano amore, dove parola non è, ma piena e vuota emozione che cede e muore da sé: avrebbe potuto dir così, nell’ombra vuota che lasciava andando via sospesa.

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