Riuscire a Lentini


Cu nesci, arrinesci si dice dalle mie parti: chi va via trova fortuna.

Non che i miei compatrioti avessero particolari tendenze evangeliche o addirittura platoniche (da Nemo propheta alla Caverna il salto non è poi così rischioso: sempre che si sia abili ginnasti…): il fatto è che fra le tre valli che circonchiudono la mia terra natía, Platone è stato di casa, e di sicuro sarà passato anche l’apostolo Paolo, e la religiosità è qualcosa di sanguigno, e pure l’amore per certe idee un po’ astruse un po’ bislacche come il lavoro a tutti i costi, o la morte procurata per assassinio truce, o la tendenza a praticare, con le parole, tutti gli sport dei piccoli paesi — la denigrazione, la lode esagerata, la presunzione di grandezza o la certificazione di insanità mentale e fisica.

C’è molto Platone e molto Vangelo, almeno nelle forme: difatti, se si esce due volte dal mio paese (ri-uscire), qualcuno dirà non si è tenuto conto della lentinesità (mamma mia che bruttezza di concetto, di parola, di forma linguistica!) — il mio paese si chiama Lentini, e in molti, fuori, fanno ironia sui tempi che servono o pare servano a compiere ogni attività. Del resto, dentro, non si è ancora usciti, quindi, non si dà lentezza.

Se si esce due volte si toglie un velo, come a dire con il Filosofo, si giunge alla a-letheia? Beh, altri filosofi più recenti avrebbero detto di sì, ma la lentinesità non è che vada tanto per il sottile in questi casi: se si esce si riesce a fare qualcosa — che la si sia capita o meno, non importa; ma normalmente si capisce che è difficile tornare al proprio paese.

Paese ricco di tutte quelle cose che inorgogliscono e di solito sono dimenticate: ci sono millenni di storia da fare invidia a chiunque (CHIUNQUE, da Roma in su, non in giù… proprio da Roma in su), persone generose della loro vita, alzate e rialzatesi da molto più giù che quanto la terra consenta, palazzi, dipinti, chiese, lavori, cercatori e diffusori di lavoro, scioperanti, apripiste, poeti. Poeti: poeti in qualità tale da doverne dire e ridire e ridire, tanto la noia non verrebbe mai (da Gorgia in giù, e non è giusto parlare dei vivi, tanti, che danno lustro, perché ad altri verrebbero di certo i pruriti dell’invidia, che si superano solo con la lode esagerata di cui sopra, e insomma, una lode esagerata è un’ottima arma per dire che il lodatore ha più naso del lodato, e via così…). Del resto, fotografi cineasti saggisti commediografi attori cantanti danzatori amanti (delle persone, delle cose, degli animali, dei ricordi), e santi, non si negano ad un paese che abbia duemilasettecento anni di storia (tanti ne ha Lentini, e si capisce l’ironia di chi è fuori…). Eroi, civili e militari purtroppo e per fortuna: perché i Resistenti e gli uomini morti per lavoro, in divisa o meno, sono il sale della terra, così come le mamme e i padri di ogni giorno. Certo, in duemilasettecento anni di storia non ci sono da citare solo le glorie: ma le glorie, rispetto agli sciocchi crudeli criminali, sono di più.

Cu nesci arrinesci: io che sto per tornare per il voto, fra qualche giorno, starò poco tempo. Quello per godere dei miei cari, in famiglia e in quella allargata famiglia delle amicizie che nutre lo spirito. Vedrò poco di nuovo: sono disilluso; ma la lontananza condisce tutto della luce nuova che si ha al di fuori della Caverna, quando il kosmos di cui parlava Gorgia è innanzitutto meraviglia (che sia ordinata o disordinata, è difficile da dire).

Torno e ri-uscirò: il trattino è d’obbligo, vista la situazione generale. Non a Lentini, ma nel mondo. Perché quella lentinesità è un po’ troppo cannocchiale rovesciato, a volte: ed io, pur con tutte le enormi magagne, mi sento a casa mia come un Mediterraneo, come un Europeo — per le cose che ho letto e studiato, la musica che ho ascoltato, le parole usate con i miei genitori e i miei nonni, i cibi preparati e raccolti, la terra che ho zappato i rami secchi che ho trascinato o tagliato con le forbici, le pietre che ho guardato le acque che mi hanno bagnato e il carbone che ho cotto al sole… Il carbone: che esce e riesce, e da nero, a lasciarlo troppo, diventa bianco, e si sfalda e consuma; il carbone che lascia segni sulle mani e quando è di legna morbida e ormai vecchia tinge le mani con un lieve grasso difficile da togliere…

Cu nesci, arrinesci: di nuovo con la virgola. Una piccola verga per spronare e lasciare il segno, anche quando si va lontano: ma solo chi abita i luoghi può inciderli. Ecco allora: a Lentini ci sarà qualcuno che vorrà tornare per uscire ancora, di nuovo, e farla divenire bianca e consumata di atti, anche troppi, anche eccessivi, per non togliere dalle mani il segno del lavoro e delle cose e la loro luce?

Io sono andato via: riuscito non so, e non dipende solo da me. Dovrei essere l’ultimo a parlare, ed ho pochi diritti da accampare per parlare di un luogo che non abito: ma non è la mia patria, forse, quella dove vorrei avere il mio luogo naturale e sentirmi pieno, colmo, riuscito?

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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Galgala


C’eravamo illusi (c’eravamo, quando in due pensavamo) ed eravamo convinti che passasse il bagliore in un attimo e potessimo poi subito riaprire gli occhi, e la sensazione del taglio netta e fitta fin sugli zigomi calasse. L’abbacinato perde conoscenza, dietro il velo rosso della pelle che arde: gli occhi suoi da tempo hanno perduto il lume. Che entra, o esce, infigge o patisce: luce del dentro o del fuori?

Noi non vedemmo più: tende avevamo, case mobili e labili, e le perdemmo; famiglie, speranze, tristezze, gioie di figli, e non trovammo più.

Eravamo fiochi ed inetti, e solo il chiedere ci avrebbe vinto, e salvato: ma non chiedemmo. Chi chiede crede, già nel suo desiderio sperimenta, già nella sua lontananza scopre e trova, rinviene luci, bagliori, fremiti, tintinnii, e con mani e con piedi sente la terra tornando complice, ad essa avvolto, indicibile: semplicecomplice, spiegato e ripiegato l’animo di modo che nelle sue volte possa difendersi dalla luce attraverso l’amore.

Non piega forse in un vello di complicità la Madre ognuno di noi?

Non ci difende forse dalla Luce, del dentro o del fuori?