Google+ To Reach 400 Million Users Within A Year, Statistician Predicts


Un mio commento all’articolo su GooglePlus, pubblicato su HuffingtonPost Online: in basso il link verso l’originale!


It would be nice to make a comparativ­e analysis between the growth of ‘active users’ in the first six months from Google Plus opening and the Facebook’s ones years ago. In spite of the technical data analysis, Google will probably defeat his competitor­s when a completely ‘cloud environmen­t’ will replace our normal use and idea of ‘web’, in this offering a totally integrated worflow for the next ‘virtual real life’ in between domotics, distace-jo­b, everyday dues.
Read the Article at HuffingtonPost

Annunci

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Alla fine delle umane vicende


Aspettare: nella notte nulla si può, a meno che il buio non si rischiari. Il verbo è del vedere, ma del vedere in sé stessi, vale a dire dentro. Adspectare, nei Secoli Bui, adspicere fra l’Oro e l’Argento: spicio, cioè io guardo e insieme io mi rispecchio. Dunque mi osservo, e aspetto di capire.

Anche se aspetto te, aspetto di capire. Anzi, attendo: perché nel mio capire, per prenderti, mi levo e mi sforzo e mi spingo verso di te, tendo a te — e il mio moto che per prenderti ti allontana, crea la distanza da cui ti guardo, da cui ti aspicio.

Nella distanza, nella tanta distanza, la luce si perde, s’affioca, dunque non posso aspettarti: forse posso attenderti, nel buio, muovendomi senza nulla sapere e senza nulla capire, senza prendere altro che quel che incontro nell’oscurità.

Sotto il sole potrei vederti, ma aspectandoti io vedo me stesso attraverso di te: spicio dà speculum, e la luce che dovrebbe da te partire per ferire il mio occhio nel cavo del vetro che nasconde il piombo si piega e ripiega, si flette. Aspettandoti io penso attraverso la tua luce e mi prendo prima di sfuggire a me stesso, io rifletto la luce di te su di me e con la tua luce io capisco me e te, io prendo insieme te e me, io comprehendo.

Dunque, se non ho nulla capito, aspettandoti e attendendo verso di te, io non ho preso nulla, non solo mi son fatto sfuggire te (ma quando mai tu sei stata mia? E qual senso ne viene, dall’essere mia, se tu tua non sei?) ma me nemmeno ho preso, in questa fuga di luce e d’oscuro che è insieme il mio e il tuo, il me e il te quando ti guardo e ti aspetto e ti attendo e non comprendo.

Dunque luce non viene, da te? Sarai buio, o fioca fiamma di candela? O l’occhio mio è oscuro e non ti vede? E sé stesso, che è il me, più non riesce a capire, se non guarda te? O guardando nel buio, ha visto l’ombra tua.

Ciascuno dal suo velame di cenere si svolga, e cada in terra le sue scorze, e dia vento e luogo di scossa ai suoi spiriti tardi per lungo sospiro e affanno: vada al centro suo naturale l’acciarosa teoria dei gravami fra gli ossi, l’asfittica nube dei visceri liberi fanghi e putredini, la pelle ancora sprema succhi e polveri e finalmente da bocca e naso e occhi e orecchie vengano animali e vegetativi spiriti e sensitivi insieme e si ridonino alla luce come l’ombra si disfa di essa medesima alla fine delle umane vicende: non diceva così, quel saggio d’allora?

Nella tua ombra e fresco e freddo credo io ancora trovare, adspectando.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Gondola


Ci si setaccia spesso con più nomi del dovuto, fra le mani e nel cuore.

Anche quando, soli e perduti, il gravame del tempo e del clima ci fa ebbri e affebbrati di impazienza del qualcosa che non giungerà, troviamo in un lampo un sorriso per chi non c’è ancora, e poi la complicità dei mesi trascorsi, la speranza nuova, le gioie non dimenticate. Piazza San Marco, quei due giorni, e il vaporetto dalla stazione all’albergo, le calli strette, la promessa, la promessa, e i piccioni, pochi, pigri e lenti senza il loro becchime.

Sono nomi che si nascondono: una ritrosa prudenza che chiamano pudore e timore cancella anche la gioia piccola che non si può ancora condividere—e chissà se, e chissà quando, e chissà come, poi. Ma che ci si abbandoni, certo, questo è molto meglio e più di tutto: specie a notte, specie quando mancano altre parole, quando i ringraziamenti sono duri, quando il silenzio è padrone, quando il sonno viene, quando pare che tutto si spenga prima dell’ultimo sforzo, prima dell’ultimo passo per tornare alla giusta solitudine raccolta. E verrà lui, il nome, a risuonare e a prendere ogni fiato.

Perché ci sono nomi cui si darebbe ogni fiato, contro ogni evidenza.

Nomi che sgelano il cuore, annebbiano la vista, spingono ad errare.

Acque e navi che senza dir grazie, si lasciano affondare.