Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato—Torni a casa


Le mattonelle, le doghe in legno del parquet, i sassi lisci le basole i ritagli agli angoli dei muri, i battiscopa. I battiscopa. Certuni sanno bene come sistemare i pavimenti e andare da capo a capo senza perdere troppo con il filo elettrico e le tacche—un vecchio muratore fa così se vuole rompere qualcosa, una tacca in alto e un colpo secco con le palme delle mani (chissà perché le chiamano così? Le tue mani che portano dattili d’ambra e di miele, dice il poeta…).

Imparare a memoria le crepe del muro, l’intonaco scorcito per una vecchia infiltrazione, una vena d’acqua e di primavera, inattesa scoperta in alto, riasciugata, nota solo al padrone, dimenticata a forza di vederla con la speranza e la paura che si riapra, che infine ceda alla forza della pioggia—perché certo non appartiene ad altro che al Cielo, alle forze primigenie, a quel che non si può raccontare poiché viaggia sotto gli occhi di tutti, misterioso e potente, oscuro anche quando è manifesto, chiaro, sconvolgente come quel che rapido afferra e modella a suo piacimento.

Le crepe sono questo, dei sogni che si aprono strada nei muri del destino.

Le crepe rafforzano a volte la felicità.

Giovani ragnatele sorte in una notte, inchiodate in attesa che moscerini prodighi e indifesi vi si imbattano: tornando a casa—ma quale casa, quella da abitare, quella da pensare, quella da costruire?—ci si chiede quale ragno possa vivere di esse, col suo magro pasto e incerto; come possa sopravvivere nell’attesa, nei giorni e nelle notti di sonni agitati, fittamente silenziosi o pieni di vibrazioni che lo fanno sobbalzare di gioia, di piacere, coi rumori conosciuti della preda, che è anch’essa un dono del Cielo che prende e riprende la creazione.

Poi, le formiche, che fanno lunghi i viaggi.

La terra e la casa hanno combinazioni magiche, punti di giovani fanciulle, di carceri, di congiunzioni; sentieri battuti da millenni lungo i continenti. Chi torna a casa sente di restare sempre in posti nuovi, in luoghi suoi e solo suoi, ove non accoglierà nessuno ed entra con circospezione, togliendo infine le scarpe e toccando il suolo, vivo, energico, sonante. Chi torna a casa e non la vuole certo più nuova di quel sempre rimarrà, è pronto ad uscire di nuovo, a vagare di nuovo, nuovamente a perdersi.

Chi torna a casa ha il suo grumo di felicità: non può regalarla subito nemmeno a sé stesso, nemmeno ai pensieri: la deve coltivare nell’abbandono, come fosse pronto a riperderla.

Le formiche hanno vita breve, in una casa, se vagano sapendo che il padrone sarà attento: allora anche loro si scaltriscono, muovono lungo i campi immensi delle cucine, appaiono lungo i balconi, a volte scoprono le sale lunghe e illuminate poco, destinate alle feste: chi torna a casa può stupirsi di come esse siano già da millenni state lì, sentirsi estraneo fra le sue stanze, estraneo alla terra, estraneo alla loro mite felicità. Le formiche non raccontano, non condividono, non esitano a tacere, a intrufolarsi per mesi e mesi nelle loro impostate passeggiate d’eternità—non parlano certo lingue sconosciute, a chi le sappia osservare; eppure non le si può capire, quando sorridono con poco delle loro pomeridiane scoperte, dei loro orizzonti piatti e infiniti.

Solo chi si rimbocca le maniche conoscendo che tutto passa, ha diritto a sperare che qualcosa dell’opera del Cielo continui.

Chi lascia la sua casa, la perde.

La casa in cui si torna è altrove dal cuore: il desiderio la forma, in silenzio; poi l’abbandona.

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