Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Cadere


L’estate è cadente, si sa.

Estate di ritmo, estate di vitalità, estate primigenia di caldo bruciante – chissà quanti si sono confusi fra aithos e aitia, e ancor più frastornati sapendo di aithos ed ethos, di aithos ed aedes da cui aedificium

L’estate è dunque una cadenza, e a voler formare un piccolo entimema con ossimoro, una candenza – se non fosse l’aithos “rosso bruciante” e non “candido squillante”, ma tant’è…

L’estate è dunque materia di fuoco senza remissioni, di parole abbottonate dall’umido, stentate ad uscire ed entrare, bofonchiate, rattenute, sillabate – e la causa dell’estate è in fondo una lontananza dal sole, una inclinazione prona e favorevole: i greci e quel latino che dicevano il clinamen dicevano l’estate che spròcchia  i papaveri l’oblio la frenesia il caldo brunito della polvere che sale fra le doghe alle finestre agli occhi impervia.

L’estate è un’inclinazione, si sa.

A raso d'uomo e di coltre/ la colonna invitta crollava...
A raso d’uomo e di coltre/ la colonna invitta crollava…

Cosa chiama l’estate col suo fuoco? Una passione, cui converge e si configge e si arrovella e si monda del suo umano candore del suo umano sapore il tempo nostro. L’estate non ha tempo: è il tempo – delle cose che si fanno che si smorzano che pugnalano che svirgolano e si lasciano alle spalle impunemente alle spalle inevitabilmente le si scorge dunque d’acchito tardo e pur sempre d’un soffio legate a qualcosa d’andato svanite arrochite sfibrate deluse sfinite percosse alle radici come lo scettro privato di fronde dei capi di uomini anàktes andròn – e pur quello, si diceva, potrebbe rimettere foglie, se preso da mano pura.

Eppure cade.

Ma ben t’annunzio, ed altamente il giuro/ per questo scettro (che diviso un giorno/ dal montano suo tronco unqua né ramo/ né fronda metterà, né mai virgulto/ germoglierà, poiché gli tolse il ferro/ con la scorza le chiome...

Ma ben t’annunzio, ed altamente il giuro/ per questo scettro (che diviso un giorno/ dal montano suo tronco unqua né ramo/ né fronda metterà, né mai virgulto/ germoglierà, poiché gli tolse il ferro/ con la scorza le chiome...

L’estate dentro le case – la frescura delle scale degli androni (anax andròn) dei porticati africani e delle corti dove un lungo albero convoglia correnti convettive verso l’alto rinvigorendo i venti timidi e abbassati alla terra, smorti; e i pavimenti caldi ottusi dal bollore concavi sotto i passi delle piante tese con la pelle sottilissima pronta a fendersi; i piedi nudi sull’impiantito scosso, caldo e asciutto, poroso e vigile, nudi i piedi sulle basole roventi del mattino sulla ghiaietta fine dietro le porte attese allo spolvero e smagrite. Nelle case d’un tempo, bianche e dai muri alti e spessi e incoercibili, dove viveva la neve e gelavano sciroppi d’amarene e scorze di limone per le ricche glottidi assetate – lì pure l’estate roveva e cadenzava il silenzio come una corsa di rimproveri all’attenzione allo sguardo lesto all’occhio furbo al rapinìo furente malavverso del fresco dell’alito fumante della ghiacciaia da chiudere del rumore da celare della carne da estromettere dalle voglie dalle mani per concorrere pronte a sfilarsi a togliersi a tagliarsi a contravvenire agli ordini a fuggire dal silenzio per immergersi nelle campagne per scovare il vetro il nulla l’aria fresca l’aria pura del mattino senz’altro prossimo che il proprio urlo riflesso allo specchio durante il moto.

L'uomo automobilista può essere considerato una specie biologicamente nuova per via dello specchietto più ancora che per via dell'automobile stessa, perché i suoi occhi fissano una strada che s'accorcia davanti a lui e s'allunga dietro di lui, cioè può comprendere in un solo sguardo due campi visivi contrapposti senza l'ingombro dell'immagine di se stesso, come se egli fosse solo un occhio sospeso sulla totalità del mondo...

Il costruttore di case, dunque – l’estivo, l’estivante dormiente, come direbbero gli inglesi. Cosa si costruisce in estate? Se il capo di uomini ánax andròn abitava il suo anáktoron aedificium rutilante di barbagli di potenza e di forza, l’estate impone peraltro la tregua compositiva, la stasi dei buoni comportamenti sani egoistici razionali coraggiosi profetici. Il silenzio rotto dalle cicale acceca. Il capo di uomini e case diviene fattore di strade, pontifex e l’estate è il suo tempo che lo separa sempre di più dal potere.

Urlando/ per sopraffare l'assurdo silenzio/ che m'inseguiva/ dalle selve fuggii/ a costruire città...

Urlando/ per sopraffare l'assurdo silenzio/ che m'inseguiva/ dalle selve fuggii/ a costruire città...

Dunque l’estate è una voce che cade nel vuoto, che inclina e storpia i limiti, che dorme e nel suo stesso sonno si cova di sé da sé stessa vibrata – l’assenza che rimuove le cause che le furono elemento è l’estate, un lamento inconcesso d’amore agli ottusi amanti sublunari.

L’estate è la fine dell’inganno.

Cadranno mille petali di rose...

Cadranno mille petali di rose...

L’inganno sei sempre stata tu.

ôtera wa rusu no tei nari natsu kodachi... Grande tempio/ agli occhi vuoto - / alberi estivi...

ôtera wa rusu no tei nari natsu kodachi... Grande tempio/ agli occhi vuoto - / alberi estivi...

L’inganno estivo bruciante è la prigione inutile che si impone per coercere quel che fuggirà.

mizugire no hondôri nari doyô nari... Strada maestra/ arida di siccità - / mezza estate...

mizugire no hondôri nari doyô nari... Strada maestra/ arida di siccità - / mezza estate...

 

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