Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato–Il muro folle dell’acqua


Di fronte al balcone da dove scrivo vengono urla sottili e voci d’uccello – a volte ferito, ridente, sognante, querulo e lamentoso uccello; a volte soffocate, stirate in lungo fino a spegnersi.

Chi si affaccia – ma non si affaccia nessuno perché tutto è ormai disabitato alla destra e alla sinistra del mio balcone – vedrebbe un bimbo di non più di cinque anni e forse quattro, ancora con una mutandina assorbente, un bimbo chiaro di pelle aggrappato al minimo rumore per sorridere. È tedesco pur chiamandosi Luca – ha il nonno qui in Africa, un nonno che ha sempre gridato, che adesso è magrissimo e aveva un pancione quando era viva sua moglie Maria, che è morta prima di lui anni fa in estate e aveva una voce tagliente e poca grazia di corpo e di modi e gridavano sempre fra loro per una partita di calcio che il marito imponeva alla moglie gridando e gridando al fallo di mano al rigore mancato all’arbitro cieco e cornuto e venduto e incapace e figlio di buttana e ad altre consimili inezie che il calcio moltiplica – ed è qui con la madre ed il padre che non si riconoscono come figli del nonno, che ospita oramai tutti a casa sua in cerca di compagnia – i figli chissà dove sono, oramai sono persi nel mondo, a Roma, altri davvero in Germania, altri a fare il questurino nelle carceri e avevano casa a Caltanissetta.

Questo bimbo Luca non esce – come potrebbe da solo – e non esce nemmeno coi suoi: non dico col nonno eventuale possibile papabile che avrebbe comprato un gelato magari sfoderato una gentilezza da nonno che sorge spontanea dinanzi ad un cucciolo, pur se non suo; questo bimbo non esce. Aggrappato alla ringhiera ancora per poco più alta di lui chiama tutti, a tutti lancia un saluto in lingua intermedia, un verso un richiamo un rimprovero un’acclamazione al rombo fragoroso dell’enduro lanciata in gara col tempo lungo la via e che svolta improvvisa mancando d’un pelo il muro – tutto calcolato, dicono i bravi – una risata all’ambulante che sbotta in dialetto la sua frutta e verdura e che Luca, il bimbo tedesco, di certo non capisce ma approva deciso, per partecipare.

È così che si impara la prigionia e la libertà, ascoltando le voci di un discorso che non si comprende e approvando con forza alla vita che pure sfronda le sillabe, esce si libra nell’aria si muove si manifesta e coinvolge – la libertà annullante è la forza di Ortega y Gasset e il bimbo Luca tedesco è il pollone di quel che verrà.

Parla anche con la bimba dai neri capelli e lunghi e lisci che ha un anno e mezzo e parlicchia ai parenti affacciandosi dal balcone minuscola e vispa quando li avverte, nella casa che è pronta da poco e che abita da settimane e non più: Luca le lancia ancora anche a lei brutali richiami di bimbo straniero tedesco impacciato e prigioniero, e lei non lo teme ma non lo capisce, e vorrebbe spiegazioni riverberi altre parole segnali d’affetto a cui è abituata sinora, ripetizioni per sciogliere i dubbi della sua lingua imprecisa e più povera forse di quella di Luca, del bimbo straniero che ha un altro mondo in testa e altre voglie ed altre prigionie – e Sapir e Whorf.

Anche a me e a mio padre e a Francesco il vicino di casa che viene ogni tanto a far prendere aria alle stanze Luca lancia richiami: mio padre – che si intenerisce e vorrebbe un nipote anche lui – ogni tanto alza gli occhi, ma senza altro fare né più poter fare. Francesco non si gira, né io ormai mi affaccio a vedere.

Nessuno parlava ormai nel quartiere col nonno di Luca e nessuno adesso parla con lui prigioniero, come i pomi che si attossicano se la pianta è malata – ed è dura la Bibbia che parla di questo.

Luca, il bambino straniero andrà presto nel Nord, lascerà l’Africa ricordando un caldo ed un divertimento che chissà quanto siano veri nel suo animo piccolo e inerme: ne avrà gioia forse, quasi chi gioisse in gabbia sapesse di essere in gabbia,  quasi la caverna di Platone non fosse la cura di altri mali che alla luce – gli altri rispondendo agli oscuri richiami della libertà in pareti senza ringhiere senza parole scomposte, senza queruli lamenti di gioco – vengono dolorosi agli occhi e li bucano presto.

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