Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato–Il dente caduto


Chi ti voleva o poteva capire, nel tempo lungo che invoglia i papaveri a sorgere ritti al primo caldo che schiude le zolle, è andato via. E le buone parole che cercano l’aria dal cuore venute, da tenero affetto scompostamente a volte già sulle labbra senza troppo pensare, sono di nuovo terra prima che corde e coste e sangue e sentimenti e pelle e palpiti anch’essi ancora si sfacciano e rendano grasso ed acqua e pietra su pietra al tempo.

Camminando sotto la pioggia l’emozione è piccola – quella di sentirsi in solitudine quasi completa, senza abbracci da ritrovare e rinnovare tornando in casa, senza la sorpresa di ricevere saluti, pensieri lontani. La mancanza è di te, chiunque tu sia rimasta nel mio cuore, qualunque cosa volevo tu diventassi per me – e non lo eri. La tua gioia il tuo timore le febbri le mani tagliate le distrazioni gli amori le notti in attesa i sorrisi ed i pianti estranei mi sono e la foglia gualcita di quando eri distesa sovranamente dolce accanto a me è un abbaglio. Così pensi, di certo, dell’eterna delusione tua. Così hai spregiato nella semplicità una promessa non tua – perché il mondo non ha in fondo promesse, ma solo passato.

Sotto la pioggia sottile che non ha riparo.

Dietro i volti che si affacciano nelle strade poco illuminate e regalano tempi lontani, attese di intimità – dentro quei volti il desiderio di tornare alla casa. Ma il futuro è la casa dei vivi, il presente dei forti, il già stato di tutti.

Chi accogli con quella speranza che a darti sia tu? Chi accogli per perderti e guadagnarti? Chi si avvedrà della tua oscillante freschezza, del tuo sopire della tua folle incostanza – chi le esalterà smagrendole, modellandole?

Quando torni cullata da un treno nottivago e prepari il tuo corpo al sonno, pesante e funesto, quando scruti sui vetri rumorosi riflessi di visi estranei, e vedi la solitudine – quando dentro le pelvi accogli carni straniere e gioisci inquieta del tuo volto, cosa culli? Dell’amore di chi fugge si leggono tracce e scrostati graffi polverosi: solo una mano basta a smetterli, solo che lo si voglia. Ma chi vuole ha imparato a tacersi le cose sapute – e l’amore è conoscersi con un palpito, prendersi nel silenzio, scaturire dall’altro. Tu non sei fonte, poiché non hai terra – non sei seme poiché non sei morta. Ti daranno brevi radici.

Chi voleva comprenderti è andato. Solo che il vento passi ancora fra le tue reni a solleticarti, o che trovi un flebile cannoccio verdeggiante per fischiare, risorgerai – e ti diranno ancora felice e sempre rinata. Ma l’amore ti convincerà – non tu lo conquisterai.

Sotto la pioggia lievissima ha il suo luogo di natura l’anima – né alta né greve; anima fanciulla – cosa da poco, che dardeggia e non sfoca.

S’è perduto chi t’ama – e tu lo lasci andare.

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