Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato–Dimenticarsi cos’è


Scorre una tua foto sullo schermo – fatta dove non so, l’indovino da una luce che fa ombra al pomeriggio e si ritiene sui capelli ed il viso di scorcio come un’umidità tutta d’alba, posata sulle foglie d’alberi vicini piove da lì piove da un primo meriggio di nuvole grigiastre e l’alba è tanto inganno quanto vocazione e preghiera, sostegno delle speranze rinnovate sul corso che osservi distrattamente per portarne colmi ricordi. Su ogni cosa si pongono ricordi, quasi fosse il profumo che annusiamo una virtù dell’aria e non della mente.

Un amore ti invade. Un amore non mio, non più, non più mèmore – un amore non so, un pieno immaginare i tuoi occhi assetati, i sorrisi per uscir di timidezza, la propensione tua naturale al sospetto, la voglia di perdersi e di perderti. Il bisogno di riguadagnare quel che non tornerà.

L’ultimo fiato è il più degno e il più forte, e pesa con un dolore – os animae, quia in cavitate cordis posita, dicunt – ad ogni morte, ad ogni abbandono: non vale cibo a riempirla, la bocca che aduggia e non vorrebbe tacere e il sorriso insincero. La fenderà un altro fiato, la porterà più in dentro per l’uscire dei seni, lo scatenarsi delle coste e dei capezzoli.

Dimenticare è tacere, baluginare di luci, tremolío di mani, inquietudine di tempie e di ginocchia. È il vuoto alle orecchie, l’abbandono del poco che restava. Ricordare è restare, tornare al cuore delle cose e dei pensieri: che non sono d’alcuno, di proprietà delle pietre e dei tetti, di chi li consuma col tatto, lasciando segni sulle grate delle finestre, soffiando cenere e fumo. Come si comprende la perdita e la vita, così all’affiorare di similissimi brividi grazie per le sue parole, ma grazie più per il silenzio che apprende di me quel che sono.

Penare è dimenticare, saturare valenze, soccombere, passare oltre – aprire finestre sulle terrazze, strappare al cielo un inatteso calore quando rinviene la libertà. L’indiano d’un tempo che smáras diceva per dire l’ “amore”, diceva al contempo il “ricordo”, smáranam per dire il suo “desiderio” ed il suo ricordare – dimenticare è cessare d’amare.

Dimenticare è sorvolare su affanni e gioie, non più nostri: tanto lontano contatto, nervo senza terminazione tutto quel che passa attraverso è una vecchia dolce canzone che riporta alla mente le braccia che si levano per accogliere e il sorriso che s’apre su una strada che torna a un dove non so. Non so, non so più quel che porta alla mente.

Annunci