Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Entra a casa, Luna


Ogni angelo che entra in casa è tremendo – Jeder Engel ist schrecklich, dice il Poeta – e tremenda è l’espressione di piana serenità del suo volto, i convolvoli dei suoi lunghi capelli, l’indecisione del sesso cui lo sfogo terragno subito pensa mosso dall’alterità. Tu Luna, Luna tu, Luna maliarda… no, Luna bugiarda – luna infingarda, solo troppo tremenda: poco hai a che spartire con queste note stasera dalla finestra. Timore e tremore: che fosse durante la notte il sacrificio di Abramo, il dolcissimo sangue di Isacco lasciato sgorgare? E il montone avvolto dai rovi fra le corna una falce di luna? Non piena non vuota, animalesca come la perentoria malinconia che assale a guardarla, come la smania di completarla con occhi e labbra e naso degli antichi, Selene l’enigmatica, la ritornante ewig wiebliche, ewige wiederkehr. Se entrassi in casa – cosa accadrebbe se entrando in casa dimentica della passione il sangue sgorgasse in cerca della foce? E la foce del sangue, qual è? Non il cuore, ch’è angelico e degno di essere colto come in preda al tremore – tremante, tremendo – ma l’angelica Luna cui scatta il sacrificio della pazienza e dell’abbandono, il sangue che sgorga a fiotti – Fontana Vivace tempio di una Shekinah che emerge, irrompe e trema nel versare del suo. E sangue e acqua. Se la Luna è uno specchio, entra in casa a specchiarti, doppia Luna che t’ascondi – il velo d’altre case adesso illumina dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, e lì risplendi, dimentica della malinconia mia.

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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Peli bianchi


Porto il bimbo a fare la piscia.

La ritrovo anch’io, dimenticata da tempo, sottomessa. Non vi sono ancora più canzoni che aiutino il passaggio, e quelle invecchiate e ben presenti estranee fatte e quasi rimosse sono come un piccolo veleno per non passare la notte che in ogni caso deve passare. L’oleandro bruciato è la liberazione, il legno cannabinoide e incontrastato delle vie di fuga. Dove sei. Dove sei? Sono nel passaggio, rispondi con voce non tua – più allegra forse, più rugiadosa e vivace, eccoti già lontana.

Ho perso il turno, avevo preso il numerino, ma so’ stata fuori a fare la piscia al bambino…

Sullo specchio più bianche del solito le tempie dopo i giorni avventizi, giorni che ancora passano anch’essi troppo veloci troppo tenui troppo disinvolti come se l’abitudine li abitasse e a sera viene la sera viene un chiarore che si spenge il crepuscolo che si spinge e si intrufola dall’orizzonte molestamente: un chiarore che viene da dove non può venire, da dove non si può urlare dove non si può che tacere lì dove tacere è poco. I bisogni sono pochi sempre dinanzi alle vastità dei cieli, dove son altri bisogni. Mi hanno dimenticato: sarà tenue allora la traccia, cosa che si ravviva come su un soffio si illumina il fuoco che sta per cedere. Ecco il buono del passaggio: la dimenticanza.

Prego Signora, ma prenda l’Ottantasette perché so’ già scattati avanti, eh! Glielo dica…

E dire cosa?

Cosa si deve fermare che la piscia del bimbo non possa con più peli bianchi superare con una attesa solo rimandata? Se tutti ormai ci rendiamo conto di più impellenti necessità di chi non può tenersi, allora la vita vincerà sul tempo, la barbarie sulla civiltà, Tarzan sulle parole, e le parole son poche, troppe e poche insieme per dire le cose che sono già lì, che lasciano fra di noi sui nostri petti più candore forse più malinconia del perduto. Cosa cerchi tu. Cosa cerchi tu? Come sbarchi il lunario? Ragueneau, non pianger così forte. Cercate aiuto, andate. No, no, perché? E poi dove? Quando ritornereste potrei essere altrove. Che fai, ex pasticciere? Per chi spingi l’aratro? Hai un nuovo mestiere? Sì, Molière in teatro. Amici, son fallito. E tua moglie ti ha lasciato. Molière… E che lavoro ti è stato assegnato? Spengitor di candele. Oh, è l’ultimo scalino, domani smetto, basta. Ieri c’era Scapino e ho visto che vi han presa una vostra scena. Intiera! Sì, signore, il celebre "Diavolo e acquasantiera". Molière te l’ha rubata. Shh, shh. Glielo permetto. E il pezzo va, produce ancora qualche effetto? Oh, monsieur! Le risate, le risate…

Fossero quelle almeno a smuoverti più di sovente: ma neanche quelle attendi che vengan da me, già spente…