Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Il parpaglion che fere alla lumera


Hitori-zutsu / mina sari ni keri / aki no kaze…
Ad uno ad uno / tutti sono andati via – / Vento d’autunno…
Se torna la tempesta ed è inattesa
: cominciava così il poeta? Non ricordo… Ulisse mentre ascolta il bardo che da Thule gli riporta allori e imbrogli, chissà se pensa così; ma il vino è forte anche per lui, che ha scosso più volte il capo bevendo acqua salata per non andar via – Triste il convito senza canto, come tempio senza votivo oro di doni, fa eco al bardo Giovanni ritornato a Bologna, dalle brume di Messina mostruosa o dal suo nido, chissà. Chissà.
Tutti i compagni, ad uno ad uno, tutti sono andati via fra presunzioni ed ire, fra le tempeste e le bonacce – ma più quelle lunghe, senza vento alcuno, né d’autunno piovorno ora acceso di caldo né di primavera ancora senza freno – Zeffiro è altro, è come Indra incostante e peccatore, tempestoso come gli eroi d’Irlanda e pudico e accalorato di furore e tapas: poi sarà lene, solo più tardi – quelle li hanno fiaccati: non Ulisse che multiforme come Śiva raccoglie dentro di sé l’energia e si placa…
La bonaccia che si annuncia è l’asdojóï, Pari alla Farfalla, dicono gli antichi – párpar, splendente come la porpora, marezzata come l’acqua al mattino quando il vento ancora non s’alza ma Aurora è levata per riscattarsi ad Agní che l’incendia in lontananza: e si sa, la lontananza è come il vento che tutti, ad uno ad uno, porta all’autunno, andando via.

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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – La rondine passeggera


Se vedi una rondine in volo, dove andrà?
Deciderà il caldo la meta del suo dirigersi, con la punta del naso e la peluria
leggera delle guance e ai lati della nuca calcolerai come per secoli hanno
fatto gli Antichi il gradiente di concentrazione del disordine che è il calore,
per saperlo?
O modellerai forse dal moto delle ali sue che virando più destramente e leste
si dirigano a sud per l’aria più leggera, e forse invece affaticate si
rivolgano al nord e sia per Thule forse ancora di avere delle rose – nere per
la vergogna – un’ultima volta almeno in cui provare a coltivare i succhi della
morte con il freddo per averne il rosso cupo sanguinem, non già il cruorem?

Nam homini studiis studioso liberalibus
Nihil gravius usquam esse puto aut acerbius,
Quam cum hominibus versari ac vivere talibus,
Qui non modo non honesta studia intelligunt,
Verum etiam rident illa, atque illa qui colunt

dice Apelle l’Egizio nell’atto Quarto scena Prima della Fabula
Scenica
di Jacobus Micyllus filologo greco, uscita non a caso coi libri
delle Selve.
Ridentilla, come fosse una rondine dunque che non si cura di studi
polverosi e caldo o freddo che dia il cielo, si libra in volo – e dei pesanti
studiosi poco ne cale.

Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Lola


L’ocarina
di terracotta si ruppe: avevamo studiato per l’aldilà un fischio di note
ascendenti e un trillo infine, di modo che potessimo ristringerci una volta
scambiati i nostri corpi con qualcosa di più avido di luce e più regale. Sai
già che non sono entrato: non mi avresti trovato, tu non sapevi fischiare, e
chissà quante mani invece, schiocchi di dita, altri richiami da far rumore per
l’infinità del tempo e ancora e ancora, aggiungendo stanze dal solerte
impiegato all’ingresso.

Posto per tutti c’era, a voglia, ma non per me.

Non per
chi sparge sangue, suo, di altri, non per chi non v’ha fede.

E il duduk, mi
dirai, che l’hai comprato a fare? E quella canna a cui troncasti la vita,
saggiandone da un foro la sonorità: quelle misure, il taglio dell’unghia, il
risuonante? A che è servita la musica lì in terra, se qui non ci farà rinascere
di nuovo, come quel primo giorno che ci incontrammo?

Risuonavano le stanze
silenziose di casa mia, non rumore di carri né aeroplani né ambulanti e
sorridevi da una fotografia – eri allegra: poi venne un tuo richiamo, e ti davi
coraggio nel lavoro; una canzone muta, con le labbra quasi chiuse, ma io la
sentivo. Anche a notte eri con me, e ti addormentavi parlando, tante volte: eri
piena di sonno e desideri, e accettavi la mia culla più che accettare il riposo
– sarebbe venuto quello, certo, fidato, senza il freddo ai piedi e la sveglia
troppo presto, angosciata, non più illusa. Facevamo rumore per sentirci: adesso
sto in silenzio.

Chissà che tu non senta un uomo muto che fra tanti ti guarda,
e vedrà alla fine il tuo volto, senza dire nulla, sorridendo?