Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Severino o del disincanto


Dicono – i fisici… e poi non avremmo alcuna parola per opporci del resto, la proliferazione delle formule, la matematizzazione della qualità… che il divenire sia un cono e che ogni cosa vi scorra verso una fine certa e prestabilita, segnata da una equazione che potrebbe riservare sorprese solo nella zona di confine e in ogni caso non se ne accorgerebbe nessuno e non potrebbe tornare nella stessa maniera aveva ragione Eraclito a ridircelo, nel caso oppure in forma di onda o di nuvoletta di probabilità non contrapposte certo né totalmente susseguentisi, ma insomma.
Dovremmo scagliare qualcosa oltre – e poi, a che servire? Lucrezio nel primo libro, parlando dell’arciere e dell’infinito, aveva già mostrato facendo lo sberleffo a Zenone Eleate che il fatto stesso d’essere della freccia è di-mostrazione dell’essere dello spazio, e dunque dell’uomo raccoglitore arciere e così via. Dovremmo scagliare qualcosa oltre il gran cono del divenire, o dell’essere? Inutile la seconda – Hegel docet passim no, fra la Prefazione e l’Introduzione della Fenomenologia dello Spirito, 1807 Bamberga… casa editrice… Verlag, Verlag… insomma… Weidmannsche… no, troppo recente… continuiamo… e molto probabilmente inutile la prima, se il divenire è la forma con cui l’essere è – non credo che "forma" sia il termine corretto, viste le riminiscenze kantiane, ma in ogni caso.
Torna alla memoria una poesia, ma solo per barlumi: è mia e mentre penso torna pure Montale la vita che dà barlumi è quella che tu sola scorgi, da lei ti sporgi su una finestra che non illumina – rima ipermetra e citazione sbilenca come il Calvino alle prese con "Forse un mattino andando in un’aria di vetro" e l’homo automobilisticus e lo specchietto retrovisore; ho scagliato nel gran cono del divenire…
Ragionare dell’essere nella sordina di tarda estate: è un problema del corpo come diceva Nietzsche in "Also sprach Zarathustra", credo nella terza parte riprendendo un argomento della Vorrede – è il corpo malandato che ispira tanta filosofia (tanta poesia, tanta letteratura "di conforto"), e pare un ragionamento mordente alla La Rochefoucauld. È un problema di stomaci deboli e deboli ossa, di sonni passati senza papaverina e senza alcol come il padre di Zeno, per la tranquillità nicciana (questa è proprio la Vorrede) della notte.
L’astinenza dal peccato rende peccatori per superbia, forse per lussuria spirituale (che è più colpevole certo) – Nietzsche con modifiche.
La tensione della premura, l’impazienza, i rumori familiari e il tempo che fugge. Ruit hora. Ora ne te rapiat hora.
Werd ich zum Augenblicke sagen Verweile doch, du bist so schön, dann magst du mich in Fesseln schlagen, dann will ich gern zugrunde gehn.
Vagli a spiegare che è già l’autunno. Adieu
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