Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Ed eri piena


Sei
passata senza fermarti ed eri un’altra – Vera incessu patuit dea, dalla camminata si riconosce una dea,
ed io dentro il tuo viso scorgendo l’indifferenza non ho visto il dolore, ma la
lontananza da te, lo scarto immobile perché pienissimo dei nostri mondi, delle
venture che ci guideranno, quando nei miei pensieri anche tu sarai cancellata,
smussata ed appianata la riga dei segni che hai lasciato per poco.
Tutto
così si compone, Donna mia che non amo: così ti chiamo per sapere l’assenza,
per dirmi il desiderio non di te ma di qualcuno, che riempia il mio spazio
silente, la mia pigra abitudine alla morte, al rimpianto, la mia dolce menzogna
e la scemenza.
Eri
diversa, tanto così normale che ho rivisto la Vita che c’è in te come in un
lampo, ma non della luce che compenetra gli occhi e li fa simili per
comprendere il simile od il pari – gli occhi sono gli specchi sommi,
sopraffini, che anche il Diverso piegano al volere della Luce, e lo
ri-flettono. Il lampo era un baleno di en-tusiasmo, il dirsi della Presenza e
il suo coprirsi, ri-velarsi alla Luce e per gli occhi per concedersi ai sensi
più riposti, all’orecchio e al palato, alla pancia ed al caldo e alla pressione
– non c’era prima, ma dopo quel passato è il solo presente, ed è il Ricordo.
Eri
diversa, proprio nel tuo silenzioso non guardarmi, non sentirmi – io non ero
lì, per te.
Solo
nello yesirah, in quel mondo d’ombre
che si formano, in quel regno potenziale del possibile, saremmo stati insieme –
ed anche lì avrei visto, chissà forse più distintamente – che la Forma, la regola
che modera e misura la Presenza, era già da sempre per noi diversa, per te la
Vita per me il Morire, la Lontananza. Anche la Sub-stantia, calpestata e
calpestabile, non avrebbe riempito quella Forma, puro Non-Esserci, inutile
Possibilità non Con-cretata, Silenzio in-definito.
Mi
manca adesso il sapere di non amarti.
Andavi
via ridendo, accanto a me, scendevi con la tua borsa pesantissima – io non ero
lì, per te.
Scendevi
verso casa, non di corsa come fai sempre, sprigionando allegria dalle tue
membra – un richiamo ti venne: “Sbrighiamoci, o ci tocca stare in piedi od
aspettare qua”. Tu sei rimasta ferma, con il tuo passo calmo tanto nuovo per me,
tanto spedito per la mia velocità quanto il vento fra le fronde per chi ascolta
la quiete di una siepe.
Sarà
questo il mio amarti, filosofico appena, tutto pensato, tutto ragionato, se col
cuore io mi incendo e i miei visceri sono tiepidi e gravi? Sarà grigio il mio
cuore come il manto sullo scalone che strofina e non sporca e si macchia del
Mondo?
Tu sei
della specie che vola verso la Luna in un’ampolla, come il Senno di Astolfo, come la Vergine dei Poeti, la Madonna dei Filosofi, o son io tanto al di là da
conoscerti per immagini, per citazioni e in realtà scaraventandoti lontana nel
futuro come l’Angelo esterrefatto?
Sono
interprete e basta, intermediario e basta, a cavaliere fra te e il non
possederti nel cuore?
Sono
amante di me, vuoto Narciso che si specchia nell’onde e non fende la pelle?
La mia
pelle e la tua, dolce mia donna, tanto estranee, tanto sublimemente altre?
Quanto
mi manca nell’azzurro cielo il saper delle nuvole e del vento –
“scara-ventandoti”, “inter-prete”, “inter-mediario” di un mezzo che ci
trascende, che non mi ac-coglie, non mi ac-cetta, che io non capisco, che non
prendo…
Con le
parole non ti prendo, con il cuore non t’ho, né col Silenzio: eri diversa oggi,
più che sempre.
Io ti
amo, amor mio – e muoio in questo mio inutile modo, vagheggiante, impreciso.
Io ti
amo, e l’ho solo de-ciso, fatto cadere dal mio animo stento e poverissimo.
Io ti
amo e non lo sento.
Scendevi
verso casa, ed io non ero, lì accanto a te non ero, forse neanche per me.
“Ama
il prossimo tuo, il tuo vicino, come te stesso” – ed io non mi amo.
Tanto
più bella sei, perché non te ne avvedi, donna mia: ed io rimango cieco, come
l’occhio posticcio che dentro i bronzi rivela la fragilità metallica della Forma
quando cade e toglie il velo dell’anima della Figura, e spezza l’inganno del
Vuoto, della Cavità.
Sii
felice, mio amore – tu sii piena.


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