I tuoi occhi verdi


Non li ho visti troppe volte – ad ogni tuo sguardo scrutando in me l’intenzione di un moto, di ogni mia singola fibra forse, i tuoi occhi esoftalmi e verdi di un verde marmoreo non smaragdino ma maculato più tenue drogato di residui (pietre nere a dare colore in fondo, ossidiane scomposte, fanghi e detriti di alte luci lontane) mi intimidivano – non t’amavo; tuttavia mi muovevano il desiderio di abbracciarti e di fermare la puntuta tremendità dei tuoi occhi, di colmarli in me di vederli addolcirsi dalle sfrenate crudeltà – baciarti desideravo, in affronto al decoro agli altri impassibili al volto del concorrente alle dicerie alle bassezze…
Come i tuoi occhi verdi, che non mi guardano più…
Penso sempre a questa canzone invecchiata ripetendomi l’espressione, il sintagma stesso "occhi verdi" – Le nostre parole sembravano raggi di sole, laggiù dove ieri tu eri felice con me… Ora tutto è un ricordo, nient’altro che un ricordo: come i tuoi occhi verdi, che non mi guardano più.
Appunto – che non mi hanno guardato se non per qualche attimo, e che sfiorandomi mi hanno seguito per la strada lunga (troppo breve fermata del sangue per consentire di invecchiare ai nostri corpi solo nello spirito, di maturare essenze al tuo, ai tuoi seni e alle labbra e alla fronte e alle mani liscissime e tenui, al sorriso insoluto per la mia conformazione di pellegrino) fino alla campagna, alla pausa di un attimo, al dubbio insinuato al nulla raccolto – cosa vi sarebbe da raccogliere fra le due incompativbilità nostre, fra le due giovinezze tanto estranee, dietro gli alberi coi rami carichi di neve e di ombre gli zufoli spenti le arpe eolie mosse dalla tempesta lungo i peana dell’inverno?
Ridevi di nulla, anche al telefono – col dubbio (no, già tu con la certezza che fa deste le membra e comprende le pulsioni della terra – che lascia lo spirito all’aria, ai profumi e si china al contatto con le zolle, le concretezze che pure sognando hanno sogni verdi e marroni e violetti e arancioni e di elitre e ronzii e mieli e corolle; ma sogni non celesti, sogni di sangue contro sogni di parole, d’emozioni vacue, di concentrazioni; i tuoi sogni di dissoluzione e di leggerezza per sfuggire alla terra, troppo densi nel caso; i miei sogni che avevano la necessità della zavorra della pesantezza dello scendere in basso…) ridevi e ascoltando pensavi forse alle mie bugie, sapevi che ero saggio abbastanza per non dirti imbrogliando d’amarti per il desiderio d’averti.
Ma cos’è la saggezza in quel caso – fuggirti, lasciarti mordicchiare i tuoi dolcini e guardarti il collo niveo mentre fumi vanamente, leggerissimamente e mi scorgi da lontano? Non si dà saggezza per comprendere le nostre lontananze e il tuo mistero; è un’arma inutile contro la tua semplicità spada contro una mosca cannone contro una farfalla la mia vuota saggezza – ecco la tua che si stempera nei sorrisi e mi respinge col desiderio, ecco la tua.
È pur sempre volume: l’intelligenza delle cose che ha bisogno di sollevarsi per carpire il mistero dell’aria (intelligenza terragna, delle mani e dei piedi, vitale e linfatica e crudele) e quella che ha bisogno di essere abbassata per sapere la frescura acidula della terra leggera appena smossa o bagnata (intelligenza di nuvole e venti, di correnti marine di liquidità di fuochi e combustioni per luce per fotoni per illuminazioni attraverso saggezze dunque spegnimento deprivazione spoliazione raffinamento silenzio morte) – come si concilierebbero in un bacio che non fosse una domanda di felicità ma una certezza?
Non ti amo e vorrei amarti – non amare nessun’altra e non amare anche te che mi tratterrai per tempi ancora, per bagliori delle tue iridi verdi, delle tue labbra, dei tuoi gravi seni e delle tue anche, delle tue guance bianche e delle tue dita morbide e sulle mani, la tua pelle liscissima.
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