Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Un avo di fronte alla vita


Con tutto il corteo di nuvole e pioggia e vento e gocce dall’indefinibile traiettoria, che da sotto in su si sporgono fin dentro le narici – l’aria è fresca, almeno, non ghiacciata e si respira quasi con facilità.
Con l’accortezza del cammino in salita fatto leggermente: "Sulla montagna non salire di forza. Fai leggero il tuo corpo e avanzerai più lestamente" – le macchine scendono fendendo il piovigginio sottile e le sferzate più grosse, più umide della stessa acqua del cielo, più madide di gravità.
La strada è solitaria, il vento cessa, e sotto le piante del parco c’è silenzio asciutto poichè lo strato d’aghi e di foglie commisto e maciullato dal tempo assorbe gli urti delle gocce, intrappola i rivoli che si formano sotterranei e l’incanala verso il terreno; sull’asfalto s’ode il rumore delle ruote delle macchine lontane, i bagliori di qualche fanale e la luce grigiastra del lampione lontano, le finestre accese del Museo Etrusco.
La ghiaia bianca non fa rumore sotto le suole morbide, e la pioggia la picchietta con delicatezza – le altre luci appaiono, e anche il piano nobile emana calore da dietro le finestre.
Valeria è bellissima nel suo golf rosa: ha uno scialle lavorato color malva appoggiato allo schienale della sedia, e sotto ancora un cappotto nero.
Ha i capelli ricci, il riso bianco e il volto motile e sorridente come una bambina – gestisce come una bambina quando saluta e ringrazia e sbarra gli occhi e la fronte. Ed è bella indicibilmente, come una speranza di felicità.
Non era più abituato a sentirsi, a pensare di sentirsi sorridere da una donna che non fosse costretta a farlo – come una folgorazione lo prese, con i suoi occhi di coetanea inconosciuta, insperata, mai vista e forse non più rivedibile, chissà come chissà quando incontrabile.
È tanto lo sconvolgimento del volto, della dolcezza, della naturalezza di Valeria nel parlargli e nel sorridergli e nell’ascoltarlo che non ricorda, a distanza, null’altro che la sensazione di bellezza, di fresca bellezza che emanava dalle labbra aperte e vitali.
Sentiva tutta la goffaggine dell’innamoramento sperato, della concrezione di desideri pronti a infrangersi con la realtà: desiderava il sangue uscire, non a fiotti, ma lungo ferite rotte come linee nella creta del corpo, nel guscio d’attesa, nel bozzolo vizzo dalla sua vecchiaia – voleva, banalmente, voleva non essere vecchio, non essere inadeguato, non essere uno scrigno polveroso di memoria un avo del tramonto, col fiato mortifero su ogni bacio dato al presente che si fa futuro abortito, nato morto. Voleva forse non essere la Storia camuffata da saggezza che impregna i cortili del suo spirito.
Valeria è sempre più bella, anche quando lo saluta andandosene via nel freddo verso casa inutilmente dopo aver visto la luce della sua pelle con i graffi di un gatto sulla mano destra e le anche e i seni e la chiacchierata sulle vie più brevi per andare al capoluogo passando per i laghi e l’inquitante immagine della bellezza che non si stende paciosa ma innerva la strada e il passato e l’università e il lavoro e le paure e le timidezze di non voler sapere che sarà già presa felice con altri a sentire il calore nelle sere d’inverno con i sogni d’estate e le maniere decise e le piccole cose che si fanno nel tempo per dimenticare il tempo ed esser liberi e liberi verso la morte verso la fine verso l’amore dimenticandosi d’essere e sapendo qualcosa ma niente ma nulla soltanto che è bella Valeria dal sorriso splendente l’espressione felice gli occhi scuri e i capelli ricci come le onde…
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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – A una Bella Sconosciuta


Una amica ha scritto "Non c’è peggior nostalgia che rimpiangere quel che non è mai successo".
Mi ricordo di fiori lasciati a perdere il loro profumo per giorni nel
vaso di vetro, il tingersi dei mobili di strie scure sotto le dita che
alzano polvere – mi ricorda un tempo convissuto insieme agli oggetti
come fossi per sempre perduto dentro il viluppo delle tende lo sguardo,
come prendesse luce dall’esterno e ne restasse invischiato – chi mette il piè su l’amorosa pania…
È l’amore che ti dà memoria, o il desiderio che la sposta in alto, come una cartella di raccomandazioni?
Sotto il peso di facilità perdute, di qualche tramonto e discorsi e
discorsi, sentire di quel che non è mai successo tutto il peso, non è
nostalgia né pena ma fortezza, temperanza meglio, sophrosyne – come amerei tutto questo…
Nella stanza delicata l’ombra reclina sulle vecchie pareti, Erich distoglie lo sguardo dagli scaffali – ha meditato sullo Zhuang-Zi
troppo a lungo per non sapere che potrebbe essere la farfalla che sogna
di esser Erich e lui sbattuto come un animale abietto e misterioso a
frullare le sue ali prima alla luce di una lampada poi contro le
finestre aperte per l’estate – condurrebbe a poesie Montale, rifarebbe
il viaggio della Testa di Morto di Gozzano, ma non ne avrebbe nulla.
Erich distoglie nuovamente lo sguardo – ascolta Chopin con l’indolenza
di chi si affligge: lo Studio n.7 dell’opera 25, quello in Do Diesis
minore, e pensa al Waltzer n.2 dell’opera 64, ascoltato tanti anni
prima da una sua donna del cuore. S’annebbia la mente per un attimo di
tentazione: quanto è diventato nello spirito vecchio ormai, quanto
dissolte e dissolute le sue tristezze.
Macina grani d’acqua come un’incessante preghiera la fontana che scorre
– s’accampano sguardi di donne dietro le finestre, ed Erich sa che ad
alzarsi non le prenderebbe affatto per mano, non le condurrebbe alle
labbra, non un respiro avrebbe da loro, una scorta di fiato per
l’eternità della morte.
Sarà pur eterna la morte?
Fosse più eterna la gioia, ne avrebbe di certo la gioia che chiede ai
suoi pensieri – la sente adesso come una non dimostrata certezza, ma
non l’aiutano le sue musiche, nemmeno le architetture di Eisenach e dei
suoi figli più illustri.
Una timida luce vorrebbe almeno, il sorriso di quella giovine donna che
trema e si chiede se forse la nostalgia sia un ricatto che il tempo
accanisce per non perdersi nella sua solitudine.