Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Glaucopide, Mauropide


Se per Itaca volgi il tuo viaggio
Kavafis cominciava così la sua poesia, Itaca, e sotto la pioggia l’ascolto – nella memoria.
Il rombo delle macchine che sconvolgono il silenzio, dei convogli di carri, dei serragli orientali: il rombo della trottola lanciata per aria prima di atterrare, assieme al bus che sale e scende vuoto, coperto di pioggia.
Glaux la chiamavano i Greci, "La Lucente", "La Brillante" – col colore degli occhi che è glauco appunto. La civetta è il simbolo della filosofia, del pensiero che illumina l’oscurità e la vince e la fende e la squarcia con il brillio dei suoi occhi nella notte – la civetta è glaux, la civetta è Atena-Minerva.
Un sorriso accomuna la civetta alla pace – due pensieri, due gioie e due tormenti di desiderio, due spasimi, due inquietudini, due figure di una solitudine invecchiata.
Chi cerchi glaucopide scopre Atena – chi cerchi mauropide, non trova nulla. Nulla per gli occhi neri (mauros dei Greci), a parte le canzoni russe e le poesie.
Chissà cosa avrebbe portato quella promessa di Kavafis ad un vecchio prima del tempo, quali amori, quali felicità?
Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fai voti che ti sia lunga la via,
e colma di avventure e conoscenze…
Le due donne in boccio stanno lì sorridenti, lontane, irragiungibili -in fondo intangibili, poichè lo spazio è un’invenzione della velocità, e questa non è nulla se non nel tempo; ed il tempo è memoria – esse est memini.

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La banalità del voto


Mi è capitato di scrivere da qualche parte (credo sia pubblicato su Internet, ma sinceramente e non per snobismo affermo che adesso non ricordo dove) alcune riflessioni che vengono dal Trattato del Ribelle di Ernst Jünger:

Il lettore saprà, per sua stessa esperienza, che la natura dell’interrogazione è cambiata. Nell’epoca in cui viviamo gli organi del potere ci interrogano senza posa, e certo non si può dire che siano animati esclusivamente da un’ideale brama di conoscenza. Quando ci interpellano con le loro domande, non cercano il nostro contributo alla verità oggettiva, né tanto meno, alla soluzione di questo o quel problema particolare. Ciò che gli importa non è la nostra soluzione, bensì la nostra risposta. La differenza è importante. Assimila l’interrogazione all’interrogatorio. Possiamo osservarla seguendo l’evoluzione che dalla scheda elettorale porta al questionario.

Jünger scrisse questo luminoso libretto nel 1951: adesso il questionario a cui si riferiva si chiama sondaggio, e proprio con il metodo del questionario è condotto.

Sondare, ovviamente, non significa, come già avvertiva Jünger, conoscere – e la politica fatta di sondaggi, come quella che spesso ci viene imposta nelle democrazie occidentali, non è affatto in grado di conoscere il popolo (parola antica), né almeno i suoi propri elettori (parola più moderna).

Oggi si vota il Decreto Gelmini, fra le proteste – e tutti, dal Presidente del Consiglio alle forze di opposizione, da posizioni favorevoli o contrarie si riferiscono e prendono come punto di paragone i sondaggi (siano essi quelli demoscopici o le partecipazioni alle manifestazioni di piazza).

C’è una sfasatura anche nella dimostrazione della politica – che si fa in Parlamento, in piazza, nelle sedi di partito, nelle associazioni, ovunque insomma: la dimostrazione non è l’azione.

I numeri non fanno i pensieri.