Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – La Madre di Costantino Imperatore e la nebbia


Irene, col sorriso di bimba e gli occhi neri e grandi e intimiditi, i capelli lisci e lunghi – sulle rive del Bosforo.
Irene è un’immagine, una fitta al ventre, uno spasmo di ciò che non verrà mai più – Allora nei momenti di solitudine, quando il rimpianto diventa abitudine, una maniera di viversi insieme, si piangono le labbra assenti di tutte le belle passanti che non siamo riusciti a trattenere…
Ci si fa un po’ vecchi a pensare alle passanti di una vita: ed è una dolcezza intima che coincide eppure scaccia la speranza – Cosa faresti, tu che sei Pace, fra le mie braccia? "Noi siamo di quelli che restiamo a terra", dice Montale in una sua poesia. E tu Irene, sei bella e piccola – scintilla affinata dal desiderio: "Tu ti darai, / tu ti perderai" dice Cardarelli in quella poesia struggente che comincia con "Su te, Vergine adolescente, sta come un’ombra sacra"…
La città è piccola e chiusa sotto la pioggia di borgo di collina, fitta e grigia come una coltre – quando non cambia colore, cambia solo consistenza, e diviene nebbia, che pare sciogliersi contro i vetri e i muri delle case, trafiggersi sulle grate dei giardinetti, contro le siepi, sulle pareti scabre dei monti, rossi di ferro.
Sotto il portico gli alberi più in basso sono verdi, ma tanto chiaramente verdi e vivi, che contrastano anche il pallore latteo, niveo e più grigio delle nubi che s’abbassano a terra – grigie d’un grigiore da De Guiche, il Marchese innamorato di Rossana in "Cyrano de Bergerac" di Edmond Rostand, che fino alla fine le dichiara il suo eterno inconsolabile amore, pur sapendo la sua lontananza, la delicatezza risoluta di quella donna che cadrà soltanto al rivelarsi dell’amore e della morte del cugino, la seconda morte del suo amato, la morte del suo spirito.
Pure il rumore netto della pioggia è un crepitio di risa di Irene, di fascinazioni, di pensieri non soluti, di irragiungibilità – di felicità per altri, di inconsistenti conoscenze, di gioie passite come i fiori del racconto di Schnitzler, che arrivano postumi all’amata, e proprio per questa grazia prevista e ricercata non appassiscono e lasciano memoria.
Ma pure la nebbia è ricordo, fissazione del labile, dell’inconsistente – così Irene continua timidamente a sorridere, con le sue ciglia scure, la pelle candida, gli occhi inclinati e fuggitivi
Suo marito Leone la guardò per poco – morì presto; e lei, l’imperatrice di pace, a pena e a forza dovette divenire immagine di felicità intravista, governare per il figlio – e coi suoi occhi neri e profondi, come una candida cerva sopra l’erba, affascinò nel tempo Carlo il Grande e Aronne il Ben Guidato; ma a nessuno si diede, e morì sola, in esilio, a Lesbo.
Nella nebbia l’immagine confonde il candore e la vaghezza, e passa avanti quasi riflettendo su una coltre soffice il suo sorriso – quanta forza in quell’immagine, Irene…

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