La naturale interrogazione


Naturlich
Penso alcune parole in lingue straniere, alla stessa maniera di tutte le persone di questo mondo: associando a quei termini non solo il loro analogo significato in italiano, ma un suono estraneo che ne connota ovviamente, proustianamente, anche un valore della memoria, qualcosa di legato al primo incontro, alle sensazioni di quel contatto primigenio con la sombra che rimane dietro, attorno alle parole stesse, e che le fa belle da ricordare, come le poesie del consiglio di Calvino.
Ripenso al Wunderbar di Taormina, non solo un bar ma un suono per sorridere con la mia Signora, la Regina del mio cuore fiacco senza di lei – "vùndaba", con la bocca, le guance e le labbra piene di quella u tanto divertente, accoppiata alla n dall’accento, come fosse la partenza di un treno, o l’accelerata di una potente automobile…
Naturlich, ovviamente.
Anche oggi, finendo di interrogare e rientrando a casa, già nell’abitacolo pensavo a come fosse naturale interrogare – chiedere per sapere qualcosa, volgendosi intorno: l’etimologia giungerebbe a queste conclusioni. Mentre a me è sorto un dubbio su questa naturalezza, sulla giusta misura, sul sapere o non sapere e sul dimostrare a qualcuno di esser in grado di ragionare, di inferire, di collegare, di sintetizzare, dunque di far fruttare i pensieri come fossero i talenti ben investiti della parabola evangelica.
Allora mi tornano in mente altre parole, e tutte insieme dovrebbero formare, bilden, una costruzione che sia appunto la formazione, la Bildung di qualche essere umano di domani: non solo farlo uscire, condurlo da qualche altra parte, quindi educarlo, ma costruire su di lui qualcosa di difficile, di portentoso nel fatto di rimanere in piedi – qualcosa di Wunderbar, naturlich
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