La naturale interrogazione


Naturlich
Penso alcune parole in lingue straniere, alla stessa maniera di tutte le persone di questo mondo: associando a quei termini non solo il loro analogo significato in italiano, ma un suono estraneo che ne connota ovviamente, proustianamente, anche un valore della memoria, qualcosa di legato al primo incontro, alle sensazioni di quel contatto primigenio con la sombra che rimane dietro, attorno alle parole stesse, e che le fa belle da ricordare, come le poesie del consiglio di Calvino.
Ripenso al Wunderbar di Taormina, non solo un bar ma un suono per sorridere con la mia Signora, la Regina del mio cuore fiacco senza di lei – "vùndaba", con la bocca, le guance e le labbra piene di quella u tanto divertente, accoppiata alla n dall’accento, come fosse la partenza di un treno, o l’accelerata di una potente automobile…
Naturlich, ovviamente.
Anche oggi, finendo di interrogare e rientrando a casa, già nell’abitacolo pensavo a come fosse naturale interrogare – chiedere per sapere qualcosa, volgendosi intorno: l’etimologia giungerebbe a queste conclusioni. Mentre a me è sorto un dubbio su questa naturalezza, sulla giusta misura, sul sapere o non sapere e sul dimostrare a qualcuno di esser in grado di ragionare, di inferire, di collegare, di sintetizzare, dunque di far fruttare i pensieri come fossero i talenti ben investiti della parabola evangelica.
Allora mi tornano in mente altre parole, e tutte insieme dovrebbero formare, bilden, una costruzione che sia appunto la formazione, la Bildung di qualche essere umano di domani: non solo farlo uscire, condurlo da qualche altra parte, quindi educarlo, ma costruire su di lui qualcosa di difficile, di portentoso nel fatto di rimanere in piedi – qualcosa di Wunderbar, naturlich
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Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Ljudimila


"Gospaža Michailovna?"
"Ljudmila", risponde lei con tono asciutto.
"Compagna Ljudmila Michailovna…"
"Compagno, chiamami Gospaža Michailovna, prego", sempre in tono freddo.
"Compagna Gospaža Michailovna, sono qui per chiederti di lasciare l’abitazione gentilizia dove risiedi da otto mesi ormai. Il Partito non ha nulla in contrario al fatto che tu vi rimanga, anzi. Ma mi ha incaricato di dirti che una destinazione più consona al ruolo che ricoprirai da qui a breve non farebbe che migliorare le tue relazioni con la donna che dovrai contattare. Per questo sono venuto da Irkutsk con la consegna di farti visitare la tua nuova abitazione, nel caso tu voglia accettare subito di trasferirti. Penseremo noi al trasloco degli oggetti che ci indicherai, nel più breve tempo possibile."
Ljudimila Michailovna aveva ascoltato con le labbra serrate. Non di paura o di collera, ma come frenate in una tentazione di bloccare il funzionario che era venuto proprio da Irkutsk, dall’altra parte degli Urali, a duemila chilometri di distanza per ordinarle, con le maniere diplomatiche che il Partito conosce bene, di lasciare ogni cosa per andare in quello sperduto angolo di Siberia a dare un po’ di noia ad una nobildonna vagamente esistenzialista, povera in canna, sola e forse desiderosa soltanto di rimanere sola. Come lei.
Il funzionario vedeva bene che Gospaža Michailovna non avrebbe opposto resistenza a quell’invito, e vedeva altrettanto bene che sapeva già di avere delle cimici in casa, e che quindi sarebbe stato inutile tentare telefonate o contatti con qualcuno che fosse stato in grado di aiutarla. Questo facilitava di molto il compito, dacchè Gospaža Michailovna pareva tutt’altro che stupida o avventata.
Se fosse soffiato solo un filo d’aria più fredda sul viso di Ljudimila, avrebbe trovato un coraggio diverso – buttarsi prontamente nelle acque già gelide della Neva, abbracciata al pellicciotto di volpe che le copriva ambe le mani. Oppure gridare un "Aiuto" tanto lungo da far accorrere i passanti e i vigili, e coinvolgere anche loro nella visita a Irkutsk, nelle conversazioni con la nobildonna farcite di Jaspers dinanzi a porcellane per il the. O iniziare a ululare e lanciarsi contro il cagnolino a pelo corto che passando sotto il lampione esitava perfino ad alzare la gamba per segnare il territorio, spaventato anche lui da chissà quale richiesta.
Eppure Gospaža Ljudimila Michailovna è una donna fin troppo saggia per sapere che è meglio scomparire per essere trovati, e  lasciarsi acciuffare per fuggire con più libertà. Uccise l’uomo quando anche il cane si fu deciso a orinare, non sotto il lampione, ovviamente.