Improvvisi per Polpastrello Ben Temperato – Le formiche dei Benedettini


“Nulla di letterariamente impossibile: non c’è nulla di letterariamente impossibile, perché la letteratura  gode di quell’impalpabile diritto di convocare a sé le forze del Mondo per creare finzioni che nella loro  intima logica verranno interpretate, rese coerenti, portatrici di significato, macchine bel oliate pronte  per il tragitto – la letteratura dissimula i propri mezzi, ne fa apparire dimensioni inusitate come dentro  gli specchi convessi del medioevo, dove il nemico vedeva riflesse quantità d’armi e prodigi, e ne  riceveva timore. La letteratura mente sfruttando l’amor proprio del lettore, che nel suo intimo non si considererà mai abbastanza inetto per comprendere un significato che nelle parole ci deve essere,  meglio se nascosto. A domani: e ricordatevi che chi non ha ancora preso in copisteria le fotocopie dei testi in programma può passare in Istituto e lasciando un documento andarsi a fare la copia.”
“Per quanto rimane, Professore?”
“Sono lì fino alle dodici e mezzo, nel caso trovate il Dottor Aglietti e lasciate a lui.”

Sapere che nell’edificio grigio e sfarzoso qualcuno stava dicendo quelle cose mi metteva paura e  malinconia – non respiro più la familiarità di quei luoghi; sono lontani come baluginii, anche sotto il sole cocente. Non vedo più il libraio con la bancarella di fronte l’entrata, ma è coperto da una macchina e lo spazio che prende è sempre di meno – si sta striminzendo prima di cadere dal ramo, so fallen die Tage… Un poeta già caduto lo diceva di qualcuno.
Parla ancora con qualcuno, e sempre con la sua schizofrenia tra dialetto e finto italiano che non è comunicativa, è etica – sa che non lo si capirebbe, e fa uno sforzo, foss’anche a parlare il dialetto, contro un italiano de faveur.

Il camionista che ci racconta del carico di formiche di cinquant’anni prima, pare suo figlio; la mano addirittura, inselvatichita dopo la pensione, sembrerà di lì a qualche minuto, quando ci saluteremo, una tenera appendice professorale, persi calli e durezze, nodosità.

Quando il libraio mi lascia la presa per convincere mia moglie che quel libro di storia è quel che cerchiamo, il camionista mi assaltò cordialmente riferendomi del carico alla stazione per prelevare un vagone di formiche, ben imballate e separate, “’U sapi: ‘u re a ‘na banna, e ‘a riggina ‘nta ‘n autra rasta – ma no rasti ccussì… Rossi, tutti ‘mballati ppi farici pigghiari aria ma senza nesciri; cc’o meli, l’acqua, ‘u latti…” “Tuttu pricisu!”, faccio io. “Cettu! Dda ‘u maresciallu d’a Forestali mi rissi: ‘Amuni’, c’am’arrivari a muntagna!’.” Mia moglie aveva già risposto quattro o cinque volte alle sollecitazioni del libraio  incartapecorito, ma sarà la sesta a lasciarmi la libertà di uscire il portafoglio per far sapere ai vecchietti che abbiamo voglia di andarcene. “E ‘u sapi? Facennu scummissi o bar – ti jochi vinti pasticcina ca ti  fazzu abbiriri ‘n macuni di frummiculi? – tutti pari, tutti pari, ppi ‘na junnata!”Avevo già pagato ma non mi trattengo e di tre quarti fra il camionista e il libraio dico “E mangiò a vvia di frummiculi…!”

Una simpatica risata, la mano liscia, le innumerevoli rughe sul volto del libraio, la corsa in segreteria da mia moglie, il caldo asfissiante, la libreria moderna, la macchina il traffico, le chiavi lasciate a casa con “Rumpiti ‘u coddu!”, i Mirmidoni, l’umido – un catalogo delle navi che nessuna letteratura. Mia moglie s’e coricata arrabbiata, ma non con me.