Capita a volte di sospendere il giudizio.
Non è un desiderio, una mossa da fare con coscienza – se non viene d’istinto, meglio evitare le forzature, che sono come piccole onde pronte a infrangersi sulla barriera corallina, dove il mare è blu cobalto ma gli occhi vedono con difficoltà: proprio sulle piccole cose le forzature riescono più dannose, su tutti i piccoli tentacoli che come i polipi ancorati alla roccia mettiamo fuori per assaggiare l’acqua in cui nuotiamo e pescare l’occasione dolce alle labbra, che soddisfi la bocca ancor più dello stomaco.
Se capita al mattino, ha il suono strano che colpisce senza svegliare del tutto: i pensieri affannosi del lavoro, il traffico e gli inviti a cui dovremo rinunciare si sospendono. Entra un fresco leggero anche in estate, una brezza che col solleone sarebbe capace di far rabbrividire, piano, senza sfoghi. Al mattino è più lesta sulla peluria delle guance ancora calda del cuscino – quell’aria per la quale ci si apre una sorpresa e non vogliamo svegliarci del tutto, e coltiviamo un sogno ad occhi aperti scambiando le figure della stanza, tutte note, con volti e corpi strani, ben dipinti, somiglianti, fascinosi, curvi e lontani come se noi non ci fossimo, come se ad essere estranei in quelle pareti fossimo noi, e non loro. Ecco, un sogno così fa sospendere il giudizio, apre il cuore – non lo salva, no: perché il cuore è più importante assai dei sogni – lo scuote un po’, poi se ne va. I sogni sono belli perché se ne vanno in punta di piedi, al mattino.
Capita a volte di sospendere il giudizio imbambolandosi cullati dal rumore e dalle curve della strada – chi prende spesso il treno sa che le rotaie hanno questi giochi e mentre oscillano sui reni e sulle spalle un po’ ti cullano e un po’ stordiscono: non capita sui bus, che prendono all’addome, e svegliano d’un tratto. Ma sulle rotaie del treno, in metropolitana, il giudizio si sospende sui visi che pare di aver visto mille volte riflessi dietro lo specchio del posto di fronte, di scorcio, sulla nuca: e si continua a vederli anche quando le anche del passante occupano lo spazio, premono vicinissime incuranti di tutti, perché è così che si viaggia. Eppure la mente cerca ancora senza stacchi di trovare quella nuca e la ritrova, dopo un tempo non contato, spostata di poco, abituale, consueta, familiare – è questo quel che rende il viaggio col giudizio sospeso più leggero, e fa scordare il conto del tragitto e l’uscita per tornare a casa. Poiché è casa tutto quando si viaggia a lungo – ogni paese è una patria e ogni piazza colma di ricordi, pure dopo un giorno.
A pranzo, quando certe domeniche di marzo il cielo tace di freddo ed è brillante e taglia gli occhi, si sospende il giudizio sulla macchia da lavare della tovaglia, che fa tanto famiglia di anime e voci di bimbi e larga compagnia di mani che si stringono per augurarsi il buon appetito – e va bene che la creanza ormai risponde che è da cafoni: ma perché mangiare come dentro uno scafandro, senza sospiri, senza rumori, senza sale o pepe e in dieta per l’estate e il discopub? Se si è soli è già triste. Almeno quella macchia di un altro io, di un altro giorno, di un altro pasto fa persone, fa numero, fa gesti che accolgono, e versano, e un po’ schiamazzano un po’ si lamentano un po’ corrono qua e là per dire Passami, Ehi buono! e tutto il corollario di un pasto con qualcuno, di fretta, sussurrato, lentissimo, gridato, un pasto vivo che non si mangia da soli con la tv accesa perché tanto è inutile, non la seguiamo, tanto si parla… Quella macchia fa il pasto col noi, ed è lì che il giudizio sospeso ha il sale a punto per il cerchio magico della domenica che non ha tempo a marzo, presi in casa, senza voglia di uscire o cucinare, né di mangiare. Qualcuno prepara sempre una macchia di nascosto per far sorridere chi fa il pasto da solo.
Se capita a notte non fa dormire.
Il giudizio che si sospende di notte non è la pace e scatena i pensieri. Perché mette un freno sulla bocca del cavallo imbizzarrito del sonno: il sonno che è così pieno di ricordi, bocche amare di fumate di troppo, risate sghignazzanti, il sonno che ricorda tocchi di mano, strusci sulle gambe, il trucco tolto a forza per sbrigarsi, la pipì fiacca pur avendo la vescica colma da volare in aria come un palloncino, il sonno delle orecchie un poco ronzanti, ma piano, il sonno che cerca i rumori familiari assieme al silenzio, per ironia – quello smette, quando cade il giudizio e si sospende. Arriva il cigolio di una porta, lo schianto di bottiglie e la sirena, e arrivano i pensieri. Non è tempo di girarsi, tutto è pesante, le gambe prudono un po’ sulle caviglie, poi sotto la pianta. Il sonno arriverà. Anche i vicini dormono, si sentono russare dalle pareti sottili come una buccia d’uovo – quante volte sarebbe stato bello rompere e scansare con un attimo quelle case di cui si intuiscono le stanze e i letti e le persiane, di cui tutto si sa e si sente. Eppure il giudizio è lì, sospeso, e d’un tratto se ne va, ci si dimentica. La mente per un attimo si perde va lontana crolla evacua tonfa in basso sale scende soffia sviene – il vuoto non è bello per il sonno ed i giudizi. Tutto ritace snello e chiaro, ma il silenzio è curioso, va indagato. Chi sospende il giudizio va alla mente senza posa di notte, di strane assonanze, nomi cose città giochi infantili vecchie canzoni sempre amate, rime sgorbie eppure dolci alla pronuncia interna – e si parla a mezza voce sospirando e un po’ sbuffando, a labbra chiuse, come un bacio dato in fronte ai bimbi per vedere la loro serena indifferenza.
A volte capita di sospendere il giudizio.
Di cercare parole non di fuoco, né come solida terra, ma come acqua che lavi dolcemente balenando sul corpo uscendo alla luce: l’acqua che anche bollente in certi giorni d’estate dà refrigerio. Parole non di sprone non di vicinanza né di liberazione – parole di leggerezza, d’evasione, serie perché libere, senza responsabilità.
A volte sospendere il giudizio vuol dire tornare a quel tempo in cui tutto non era bambino, ma docile e speranzoso – perché i bimbi non hanno in fondo speranza, quando il futuro è solo una nebbia indistinta. Quel tempo intero in cui tutto si può: senza cercar l’America, senza voler le nuvole – ma si può tutto perché si ha la forza, un passo e un passo e un passo ancora dietro l’altro.
A volte capita di sospendere il giudizio – Ortensia lo sapeva bene che accade. Tornava e andava a quel tempo, e metteva una monetina dentro certi pozzi, certe fontane fatate viste poche volte e mai dimenticate, sulle gelaterie ed i bar, dentro i negozi e gli alberi dei parchi e dentro le cabine telefoniche e le chiese. Tornava e andava, a volte senza annunciare, a quel tempo – e quando metteva un francobollo su una lettera, lo poggiava all’interno: chi l’avrebbe letta l’avrebbe scorto in trasparenza sorridendo del suo regalo sospeso per viaggiare a quel tempo dove non si pagano i desideri.
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